“Lavoravo 4 ore al giorno, dalle 6 alle 10 del mattino, come ausiliaria dell’igiene ambientale in una famosa clinica di Roma. Poi ho preso il Covid e per aver fatto il mio dovere, solo per aver cercato di proteggere le colleghe che potevo aver contagiato, ho perso il lavoro”.

Patrizia Daffinà ha 53 anni, un figlio di 23 che lavorava come apprendista fino a febbraio, perché anche il suo contratto poi è scaduto. “Guadagnavo 800 euro, ora siamo in due senza lavoro, noi due e il cane”. È stato proprio il figlio, involontariamente, a contagiarla.

L’11 novembre mentre Patrizia è al lavoro, mezz’ora prima di staccare dal turno, la chiama: “Mamma, sono positivo”. Patrizia non ha nessun sintomo ma chiede di andar via subito, la fanno aspettare, poi le propongono un test dall’altra parte di Roma, lei sente il suo medico, torna dal figlio, si mette in isolamento, farà il tampone vicino casa pochi giorni dopo. Il 14 comunica la sua positività, chiede che le colleghe che frequenta ogni giorno, con cui divide l’auto, i pranzi, qualche sigaretta, vengano controllate. Come Rsl della clinica manda una diffida. Solo a quel punto partono tamponi a tappeto, ma il 17 dicembre la sospendono dal lavoro.

A capodanno suo padre muore, proprio di Covid. Il 7 gennaio, mentre è ancora in lutto, le arriva la lettera di licenziamento disciplinare per giusta causa: mancanza di fiducia nel datore di lavoro. Chiama l’avvocato e fa ricorso alla società appaltatrice con cui lavora da 4 anni.

“Mi auguravo che l’anno nuovo fosse migliore - si sfoga Patrizia – Se fossi stata un uomo non so se si sarebbero comportati allo stesso modo, delle donne, forse, hanno meno paura. Ma io vado a testa alta, so di aver detto la verità, ho subito un’ingiustizia e ora voglio solo essere reintegrata”.