Italy

A Polignano i disegni corsari di Pasolini, Pascali e Pazienza

La Fondazione Pascali ospita la mostra curata da Giacinto Di Pietrantonio, che al riguardo dice: «Non ho cercato affinità dichiarate fra questi tre autori che sono in effetti molto diversi tra loro. Li accomuna lo spirito ribelle, e una serie di corrispondenze meno evidenti»

di Marilena Di Tursi

Riapre oggi la Fondazione Pino Pascali di Polignano a Mare con la mostra «Pasolini Pascali Pazienza. Segni e disegni corsari», un’operazione conforme alla policy del museo che pone la figura dell’artista pugliese al centro di una galassia di fertili riferimenti e snodi tematici. Dunque Pino Pascali come un’opera aperta, egli stesso portavoce di un campionario di poetiche, di un’infinità di degustazioni e di possibili letture e connessioni. Ne parliamo con il curatore della mostra Giacinto Di Pietrantonio.

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Pasolini, Pascali, Pazienza
L’intervista

Di Pietrantonio, come nasce l’idea di mettere insieme artisti apparentemente distanti tra loro?
«Non ho cercato affinità stilistiche per questi autori che, in effetti, si sono espressi in linguaggi diversi, ma delle corrispondenze ideali. Pascali è ricorso ai disegni per i caroselli o nella sua attività di scenografo per programmi famosi come “Studio Uno”. Pazienza è un fumettista, e Pasolini è uno scrittore che si serve spesso del disegno. Nella mostra abbiamo inserito un’intervista, significativa a riguardo, in cui lo scrittore friulano dichiara di non riuscire a scrivere la sceneggiatura del film “Nuvole” e allora usa il fumetto e fornisce ai due protagonisti, Ninetto Davoli e Totò, solo uno storyboard».
Che tipo di approccio ha seguito per collegare gli indizi?
«La mostra non è filologica e non vuole esserlo, diciamo che ha un approccio più alla Warburg. Seguo riferimenti che sembrano casuali ma che servono a costruire dei discorsi. Pascali e Pasolini hanno interessi comuni che ognuno risolve con il proprio linguaggio, sono vicini e lontani allo stesso tempo. Pasolini non amava l’avanguardia ma aveva delle sensibilità, era molto amico dell’artista Fabio Mauri. Scrive la presentazione per la sua prima mostra nel 1955 e ne interpreta la performance “Intellettuale” (in occasione dell’inaugurazione della nuova Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna nel 1975), facendosi proiettare sulla camicia, senza sonoro, il suo “Vangelo secondo Matteo”. A sua volta Mauri reciterà nella “Medea” di Pasolini. Altre intersezioni ci sono tra Pascali che interpreta Pulcinella e Pasolini che definiva Totò un Pulcinella pazzariello».
La connotazione corsara, estesa a tutto il trio, la dobbiamo intendere alla Pasolini, in senso anticonformista?
«Sì, sono tre autori corsari, secondo l’accezione data da Pasolini. Il sottotitolo della mostra “Segni e disegni corsari” si riferisce proprio al fatto che abbiamo a che fare con segnali di opposizione. Anche linguisticamente direi. Penso al fatto che tutti abbiano utilizzato il dialetto, senza dubbio Pascali e Pasolini, mentre Pazienza ha inglobato un vernacolare legato più al gergo giovanile».
Comunque per ciascuno di loro il disegno è sia un elemento risolutivo sia un transito per arrivare ad altro?
«La mia idea è che quando gli autori agiscono come artisti e utilizzano l’arte visiva, innovano automaticamente il loro linguaggio nella disciplina con cui scelgono abitualmente di esprimersi. Vale per Pascali che, quando fa i caroselli, guarda all’arte cinetica e alle avanguardie russe, per Pazienza che fa riferimento ai dadaisti, per Pasolini che usa il disegno come percorso correlato. Ma possiamo trovare altri esempi in Le Corbusier, grande architetto ma anche pittore, sicuramente minore rispetto a Picasso ma con una produzione utile alla sua progettazione; oppure John Lennon che studia arte, non fa il conservatorio ma innova la musica. In sintesi gli artisti che hanno cambiato il linguaggio hanno una pratica di arti visive parallela. Nel caso della mostra, basata su intuizioni, ho solo messo insieme degli indizi per aprire una strada».

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