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Addio a Sergio Gervasutti, giornalista libero e buono che rivoluzionò in una giornata il Messaggero Veneto

È scomparso questa mattina, lunedì 2 agosto, nella sua casa a Udine Sergio Gervasutti: aveva 83 anni. È stato direttore del Messaggero Veneto dal 1992 al 2000. Ha condotto il nostro giornale all'alba del nuovo millennio, continuando poi a firmare sul nostro quotidiano commenti e rubriche apprezzatissime dai lettori. 

Sergio Gervasutti non era certamente un rivoluzionario. Tutt'altro. Ma rivoluzionò volto e contenuti del Messaggero Veneto in una giornata, il primo ottobre 1992, quando nel quotidiano udinese tramontava l'era di Vittorino Meloni, durata 26 anni.

Il giornale che si era fatto conoscere per l'aspetto grafico, soprattutto al tempo del terremoto, affidando la prima pagina a fotografie di particolare impatto, cambiò rotta in un attimo per volere del nuovo direttore, scelto a sorpresa dall'editore Carlo Melzi.

Quella mattina, davanti a una redazione sotto l'effetto dell'annuncio-choc, Gervasutti si presentò apparentemente calmo e tranquillo, snocciolò il suo programma, approvato con 42 voti a favore, 7 schede bianche e nessun contrario, e poi disse cosa voleva fare. Cambiare semplicemente tutto, dall'inizio alla fine. Non in un mese o in una settimana, ma in poche ore.

Scommessa pericolosa, quasi un gesto rivoluzionario, da far assorbire a una redazione abituata per anni ad altre modalità di scrittura e impaginazione. Grande scalpore il giorno dopo nelle edicole, ma Gervasutti vinse senza problemi la sua prima sfida. Aveva rivoltato il Messaggero Veneto dando un segnale di novità, che i lettori accettarono volentieri ampliando le vendite. Non ci furono crisi di rigetto, ma a viso aperto e con slancio si affrontarono le sfide degli anni Novanta, con la politica a pezzi, le inchieste di Tangentopoli, i mille mutamenti di una società che di corsa si infilava sulla strada social, minando via via, come poi si verificherà, le fortune del mondo editoriale.

Quelli erano tempi nei quali i giornali, tutti, nessuno escluso, battagliavano in duelli all'ultimo respiro, copia dopo copia. In Friuli incombeva la storica sfida tra il Messaggero e il Gazzettino, mentre nella Bassa si incrociavano le lame anche con il Piccolo. Di questo mondo composito, Gervasutti, palmarino di nascita, ha conosciuto ogni aspetto, in ciò accumulando un'esperienza unica e straordinaria.

Ha lavorato per tutti e tre i quotidiani e ne ha guidati due, dando avvio a una dinastia familiare in fatto di direzioni, visto che tale ruolo è spettato poi al fratello Luigi a Varese e al figlio Ario a Vicenza.

Sergio cominciò ad appassionarsi al giornalismo da ragazzo, nella sua Palmanova, catturato dagli odori della tipografia dove seguiva il lavoro del papà. «Lì - confessò più tardi - cominciai a inebriarmi al profumo della carta stampata, un profumo che mi avrebbe accompagnato per tutta una vita».

Invece la passione per la scrittura nacque grazie alla mamma, lettrice dei romanzi di Liala e Teresa Sensi. Ma bisognava dare un senso a tutto questo e il primo incarico arrivò nel 1957 come corrispondente per il Piccolo da Palmanova, esperienza finita con il servizio militare, svolto a Udine nella Brigata alpina Julia.

Una volta congedato, si ripropose il problema di come entrare nel giornalismo e gli aprì la porta la redazione udinese del Gazzettino, allora affidata proprio a Vittorino Meloni, e fu la prima volta in cui le loro strade si incrociarono.

Così arrivò l'iscrizione tra i redattori praticanti e poi l'ingresso nei professionisti nel luglio di 60 anni fa, facendo parte di una nidiata di nomi illustri tra cui Meccoli, Graziosi, Zangrando, Lugaresi, Sommacal, Tagliaferro. Diventato inviato, Gervasutti seguì attimo dopo attimo il terremoto in Friuli e la ricostruzione.

Al fianco di  Giampiero Rizzon scrisse le cronache riguardanti gli anni di piombo, le trame rosse e nere, il terrorismo, il processo a Catanzaro sulla strage di piazza Fontana.

Venne poi destinato alla redazione romana del Gazzettino, per narrare la politica nazionale, ennesimo passaggio prima di arrivare al ruolo di direttore, affrontato nel luglio del 1982 al giornale di Vicenza, dove rimase un anno e mezzo dando le dimissioni per seguire da vice Gustavo Selva, nominato direttore al Gazzettino. Gervasutti ne fu l'uomo di fiducia, in sintonia con la sua matrice politica anticomunista e con la gestione redazionale. Periodo concluso quando Selva venne eletto all'Europarlamento e, al vertice del Gazzettino, arrivò Giorgio Lago, mentre a Gervasutti fu proposta nel 1987 la direzione del giornale di Como, da dove cinque anni dopo arrivò a Udine.

Storie, passaggi, incarichi nella vita di un giornalista che si è raccontato in un libro importante per capire meglio i meccanismi dell'informazione, della politica e della società in Friuli. Lo scrisse Gervasutti assieme al figlio Luca nel 2016 e si intitola emblematicamente “Quando c'erano i giornali”.

È utile rileggerlo adesso perché svela la storia di un ragazzo, grande lettore di Steinbeck, Malaparte, Fenoglio e Vittorini, che ha coronato tutti i suoi sogni da cronista a direttore, cogliendo notevoli risultati in una carriera con pochi esempi simili in regione.

Quando lasciò la direzione del Messaggero Veneto nell'aprile del 2000, dopo che il giornale era stato acquistato dal gruppo L'Espresso, le vendite medie erano arrivate a 53 mila copie, quota record di sempre. A tale attività si aggiunse poi, per passione, quella riguardante la narrativa storica, in libri come “Il giorno nero di Porzus”, “Alpini sempre”, “Friulani”, “Uccidete Mussolini. Il Duce nel mirino”, “Perduti amori”.

Nel suo libro-testimonianza, Gervasutti si confessa parlando della famiglia  («Faro fondamentale per ogni vita»), delle convinzioni politiche («Di volta in volta ho riposto, malamente, la mia fiducia in ogni partito, con l'eccezione di quelli col marchio comunista»), del futuro del giornalismo («Vincerà chi saprà utilizzare al meglio gli strumenti innovatori senza sconvolgere abitudini consolidate»).
 

Tra i tanti ricordi redazionali che ora riaffiorano, ci sono quelli del sabato mattina quando nell'ufficio del direttore si consumava il rito dell'articolo di fondo domenicale. Sergio si metteva davanti alla sua Olivetti (mai scritto al computer) e batteva vorticosamente. In un baleno, agile e sciolto, usciva il testo dell'appuntamento con i lettori chiamato “Noterelle del nostro tempo”. Magari erano tuoni e scudisciate, ma pur sempre “Noterelle”. Così aveva voluto un bravissimo giornalista, buono e libero.  

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