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Addio Massimo Vincenzi, genio e sregolatezza del giornalismo

Se ne è andato il nostro amico Massimo. A 48 anni, per una brutta polmonite, Massimo Vincenzi è morto all’ospedale Santo Spirito di Roma. Una vita troppo breve, vissuta tutta di corsa a perdifiato. Con un grande amore, il giornalismo, e tante passioni: il teatro, la letteratura, il cinema, la musica, il jazz soprattutto, e poi ovviamente lo sport, che per Massimo era anche specchio della vita stessa.

Alla Stampa era arrivato come vicedirettore quattro anni fa, chiamato da Maurizio Molinari, e tra noi c’era stata sempre complicità, anche perché entrambi eravamo “quelli di Repubblica”. Nel giornale allora diretto da Ezio Mauro, Vincenzi era stato una colonna. Come si dice nel gergo delle redazioni, un vero “culo di pietra”, il caporedattore centrale che è il primo ad arrivare la mattina e l’ultimo a uscire. Quando ancora era la norma tornare a casa a mezzanotte.

Le battaglie civili negli anni di Berlusconi, la costruzione di quella grande “machina” scenica che era Rep Idee, gli inserti, le pagine culturali: di molte, moltissime iniziative Vincenzi era il driver, l’ideatore, quello che dava l’idea giusta e la seguiva nel suo compimento. Ma sarebbe il primo a insultarmi se non ne ricordassi anche il carattere dissacratore, il sarcasmo tirato spesso ai limiti del cinismo (ma sempre restando al di qua del confine), la citazione colta seguita subito dopo dalla battutaccia da spogliatoio. Era così, prendere o lasciare, pieno di talenti e qualche sregolatezza, intellettuale e anche personaggio del suo stesso racconto. Un po’ John Belushi, un po’ Bukowski, con le radici nella sua Mantova, nel giornalismo locale, e la testa al mondo. A quella America che tanto amava e dove aveva vissuto e lavorato come inviato tra i 2013 e il 2014. “New York, che mi manca”, aveva scritto su Twitter. A noi mancherai tu caro Massimo. E ancora non ci riusciamo a credere.