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Ahab

Il mio nome è Ahab, come il marito di Jezebel, la donna che fu buttata dalla finestra e mangiata dai cani. Come colui al quale Elia disse, per bocca dell’Onnipotente, “ti farò piombare addosso una sciagura. Ti spazzerò via. Sterminerò nella tua casa ogni maschio, schiavo o libero”.

Così hanno deciso di chiamarmi i miei genitori, perché “è un nome del nostro popolo, Ahab, e questo è più importante della storia che porta con sé.”

I miei non mi hanno mai parlato della battaglia in cui vinse a Qarqar, né quella in cui perse la vita a Ramoth-Gilead. Sapevano che avrei studiato da solo queste cose, e capito che un popolo è sempre più importante di un uomo.

Era una cosa che ripetevano sempre.

Il re che celebro con la mia stessa esistenza morì per una freccia scagliata da un arciere ignoto, e i cani vennero a leccare il suo sangue, come gli aveva profetizzato Elia. Si era pentito di aver sfidato l’Onnipotente, ma riuscì a salvare la propria discendenza.

Tutto ciò mi ha fatto sempre male, molto male, ma i miei genitori non se ne sono preoccupati, forse non l’hanno neanche immaginato.

Un popolo è sempre più importante di un uomo.

Io da qualche anno non ci credo più, probabilmente non ci ho mai creduto.

Quando penso al mio nome, non penso al re d’Israele che sfidò i profeti e fu soggiogato dalla moglie fenicia, ma al capitano che ha cacciato tutta la vita la balena. Se lo sapessero, i miei genitori rimarrebbero male.

Ma io ci penso sempre a quella caccia in ogni mare del mondo: se non si ha un obiettivo la vita non ha senso.

Questo il capitano lo aveva capito bene, ed era lui, soltanto lui, il padrone della sua esistenza.

È meglio morire martoriati sul dorso della balena più grande del mondo che dire a se stessi che non esiste. O peggio, che non c’è bisogno di cacciarla.   

Ne vedo lo spruzzo, di quella balena bianca, e in quel momento capisco perché sono venuto al mondo.

Nel deserto di New York

03 Settembre 2021

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