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Andreatta: «Con Letta per il Pd inizia la fase 3 . Sulle elezioni si torni al Mattarellum»

Professor Andreatta, i vecchi bolognesi ancora ricordano la campagna elettorale che suo padre Beniamino, candidato sindaco Dc, fece contro i comunisti nel 1985, e in particolare contro i «fittoni» con cui la giunta rossa voleva delimitare la prima Ztl...
«Papà lo ricordava volentieri. Lo slogan era: “I fittoni mandateli a Vilnius, per difendere i patrioti lituani dai carri armati sovietici”».

Appunto. Cosa c’entrate lei ed Enrico Letta, di cui suo padre è stato il maestro, con gli eredi del Pci?
«Il Pd non deve cadere nell’errore del revisionismo storico: Dozza e Dossetti, Moro e Berlinguer erano avversari, non dei ticket. Il ritorno di Letta ha aperto la terza fase della costruzione del centrosinistra. La prima era l’Ulivo, poi c’è stata la fusione fredda delle nomenklature. Oggi dobbiamo costruire un’identità valida per il XXI secolo, unendo i riformismi non per il passato che li divide, ma per il futuro che li attende».

Quale idea del Partito democratico avete in mente?
«Un partito plurale, un’unione di minoranze. Un partito in cui gli iscritti discutono, e si decide collegialmente, senza tentazioni personalistiche o plebiscitarie. Un partito aperto a simpatizzanti e delusi che si confronteranno nelle Agorà democratiche sui grandi temi del nostro tempo. Un partito in cui si sentano a proprio agio i nativi digitali che non sono ex-qualcosa».

Ma i giovani sono molto lontani dalla politica.
«Per due secoli le generazioni giovani si aspettavano standard di vita superiori a quelli dei propri genitori. Ora non è più così. L’economia è appesantita da tre grandi debiti — pubblico, demografico, ambientale — che stiamo lasciando alle future generazioni. Le risposte del XX secolo non sono più attuali».

Ma esiste ancora la sinistra oggi in Italia?
«Certo che sì! Come esisteva prima della nascita del Psi nel 1892 e del Pci nel 1921. La ricerca di una maggiore giustizia sociale è un filo rosso che ci porta indietro fino all’orazione funebre di Pericle. Dopo due secoli in cui si era ridotta, la disuguaglianza è oggi in crescita. La globalizzazione ha creato nuove povertà e vulnerabilità che vanno difese. E solo l’Europa ha la dimensione per regolare i flussi. Per questo oggi essere di sinistra vuol dire essere europeista».

Letta ha cercato fin da subito il dialogo con i 5 Stelle. Non è che il Pd lettiano delegherà i temi tradizionali della sinistra a loro?
«I 5 Stelle hanno fatto molta strada. Hanno perso i consensi di destra verso la Lega, hanno accettato l’Ue e oggi Conte dice che la rappresentanza è ineludibile. Ma sono ancora a metà del guado. Da sempre intercettano voti di protesta e di critica, ma sono più deboli sul fronte delle proposte».

Renzi vi chiede invece di scegliere tra il centro e i 5 Stelle.
«Enrico sta cercando di costruire un’alleanza ampia che possa competere con la destra per la vittoria. E in questo schema non si può prescindere dai 5 Stelle. Anche Renzi fa parte di questa prospettiva; a meno che non voglia collocarsi altrove».

Il Pd di Zingaretti era per il proporzionale. Ma la legge maggioritaria in vigore tra il 1993 e il 2006 portava il nome dell’attuale presidente della Repubblica. Lei per quale sistema è?
«L’Ulivo è nato sull’idea di democrazia governante, in cui i cittadini arbitri scelgono un governo di legislatura tra coalizioni formate prima del voto. Il Pd si stava rassegnando al proporzionale, in cui i governi vengono fatti e disfatti dopo le elezioni dalle segreterie dell’anonima partiti. E stava quindi perdendo l’anima. Io sono per il Mattarellum, ma anche per ipotesi come quella di Ruffilli per un premio di maggioranza. L’essenziale è superare le liste bloccate calate dall’alto, e riavvicinare eletti ed elettori tramite collegi uninominali o al limite la preferenza obbligatoria».

E se poi vincono Salvini e Meloni?
«È la democrazia, bellezza. Se vince la destra il Pd starà all’opposizione preparandosi per le elezioni successive. Tutti questi ingressi in maggioranza senza avere vinto le elezioni non hanno fatto bene al Pd».

Com’è la convivenza con la Lega?
«In che senso?».

Be’, siete nella stessa maggioranza che sostiene Draghi.
«La pandemia rappresenta la crisi peggiore dalla Seconda guerra mondiale, e durante i conflitti più gravi è frequente avere governi di larghe intese. Una volta passata l’emergenza, si deve tornare alla naturale competizione tra forze alternative».

Come si sta muovendo il premier?
«Benissimo. Oltre alla grande competenza tecnica che tutti gli riconoscono, sta dimostrando un grande buonsenso e non si fa attirare dalle sirene della demagogia».

Qual è oggi il ruolo di Prodi?
«Il Prof è il padre nobile di questa terza fase del centrosinistra: un ritorno alle origini dopo la parentesi della fusione fredda. Penso possa essere utile per costruire l’identità del Pd, e anche un centrosinistra ampio e competitivo».

Nel 2002 Prodi, colpito dalla rimonta dell’allora cancelliere Schroeder grazie anche all’emergenza del disastroso alluvione in Germania, disse che era finito il pensiero unico monetarista, e doveva tornare la mano pubblica. La pandemia è un alluvione al quadrato.
«L’ultimo anno ha ricordato a tutti che il ruolo dello Stato è fondamentale. Negli anni ’90, con la terza via blairiana, la sinistra nel mondo inseguiva i vincitori della globalizzazione, e si è un po’ snaturata. Ora credo si sia immunizzata dal neoliberismo. Una sinistra moderna accetta il capitalismo, ma temperato dall’azione pubblica. Il mercato senza lo Stato è la legge della giungla».

Quanto dura il governo Draghi secondo lei? Dopo l’elezione del presidente della Repubblica si va a votare?
«Spero, parlando a titolo personale, che il governo duri tutta la legislatura. Draghi è il miglior premier possibile. Non siamo ancora usciti dalla crisi sanitaria e poi ci sarà l’economia da rilanciare, anche e non solo con il faraonico Recovery plan. E poi ci sono le riforme, nella speranza di non andare a votare con l’attuale legge. Due anni sono pure pochi».

Ma è Draghi il candidato naturale al Quirinale?
«Ribadisco: spero che il governo Draghi duri fino al 2023».

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