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Barry Magee: «Io, terzo dietro ad Abebe Bikila a Roma 1960: quando lo vidi scalzo, pensai che fosse pazzo»

C’è un terzo uomo in ogni storia che si rispetti. Il belga Stan Ockers nella leggendaria foto di Coppi che passa la borraccia a Bartali (o viceversa) sul Col du Telegraphe al Tour ‘52, l’australiano Peter Norman sul podio dei 200 metri e del pugno nero guantato di Smith e Carlos ai Giochi di Città del Messico ‘68.

Due edizioni olimpiche prima, a Roma ‘60, il terzo uomo era stato Arthur Barry Magee, bronzo nella gara-icona dei Giochi italiani, gli unici estivi fin qui ospitati nel nostro Paese: il neozelandese fu terzo nella maratona dei piedi scalzi di Bikila Abebe (ma all’anagrafe era stato registrato prima con il cognome e poi con il nome, quindi è rimasto nella memoria come Abebe Bikila), l’uomo solo al comando che sessant’anni fa correva verso l’Arco di Costantino con la maglia verde numero 11, magrissimo e scalzo. A piedi nudi, come natura l’avea creato il 7 agosto 1932 a Jato, regione degli Amara, Etiopia.

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Testimone della storia, unico sopravvissuto di quel podio che consegnò all’Africa il primo oro olimpico nei 42,195 km (Abebe se ne è andato nel ‘73 per un’emorragia cerebrale ma era già da anni sulla sedia a rotelle in seguito a un incidente con la Volkswagen Beetle che gli aveva regalato l’imperatore Hailé Selassié; il marocchino Rhadi Ben Abdesselam è morto nel 2000), nell’anno delle nozze di diamante con la gara che l’ha piazzato sui libri di sport Barry Magee, 86 anni, risponde volentieri da Auckland alle domande del Corriere: «Grazie di esservi ricordati di me, Roma ‘60 e la sua atmosfera meravigliosa, che sapeva di rinascita per un Paese uscito dalla guerra, fanno parte delle mie memorie più care. Di quei giorni italiani ricordo tutto. Chieda, chieda...».

Cominciamo dall’inizio, allora. Dalla scelta della corsa endurance a 15 anni, a New Plymouth, isola del Nord («Per seguire un amico mi iscrissi a una 5 km: mi innamorai dell’atletica») all’entrata nel gruppo di coach Arthur Lydiard, tecnico rivoluzionario che sta allo sport neozelandese come Harry Hopman al tennis australiano («Avevo 18 anni, Arthur mi chiese: ragazzo, sei pronto a correre 100 miglia a settimana? Ho risposto di sì e la mia vita è cambiata per sempre»), fino alla sfida della maratona: «Quella di Roma era appena la mia quarta — racconta Magee —, ma anche Bikila non era un veterano: vinse l’oro alla terza maratona della carriera. Con Lydiard, in vista dei Giochi ‘60, ci allenavamo da tre anni. Ma il lavoro duro pagò: in Italia, oltre al mio bronzo, i neozelandesi Snell e Halberg conquistarono due ori negli 800 e nei 5000 a un’ora di distanza. Era il 2 settembre 1960, lo rammento come fosse ieri. Impresa straordinaria per un’isola di 2 milioni di abitanti, piazzata nell’Oceano dall’altra parte del mondo».

Pochi giorni più tardi, il 10 settembre, alle 17,30 parte da Piazza del Campidoglio la maratona. Barry si commuove. «Sulla linea di partenza la Nuova Zelanda era dietro l’Etiopia. Dimenticati dell’uomo scalzo, mi disse un compagno. Sembrava folle, in effetti, pensare di poter completare 42.195 metri correndo senza scarpe su asfalto e sanpietrini!». Mai previsione fu più sbagliata: oro di Abebe, record del mondo e primo africano re di Olimpia. Strategia di gara? «Nessuna! Lydiard mi disse: corri più veloce che puoi, ragazzo. I parziali, lungo il percorso, erano dati in italiano e non esistevano orologi digitali. Gli ultimi 10 km, sull’Appia antica, non erano illuminati: corremmo nel buio, illuminati solo dalle torce dei soldati a bordo strada. Tagliai il traguardo senza avere idea del mio tempo: sei terzo, mi gridò qualcuno. Incredibile!». Riusciste a parlare, Barry, tra l’arrivo e il podio, lei e Abebe Bikila? «Purtroppo non sapeva una parola di inglese, quindi le comunicazioni erano impossibili. Però ho in testa il ricordo nitido del senso di nobiltà sprigionato dalla sua figura. Lo guardai salire sul gradino più alto del podio come un re: dritto, a petto in fuori, fiero. Maestoso. Mi fece una grande impressione». Nessun incrocio, invece, tra Magee e l’eroe italiano Livio Berruti, oro nei 200: «L’eco del suo mezzo giro di pista dilagò in fretta in città, ma non ebbi modo di incontrarlo».

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Oggi che la maratona è un affare (in tutti i sensi) sotto le due ore, una sfida con l’acido lattico dominata da un altro africano, Eliud Kipchoge, il terzo uomo resta aggrappato ai suoi ricordi: «La tecnologia e i soldi hanno rivoluzionato lo sport. Nei miei anni di corse non ho guadagnato un dollaro: la mia unica motivazione era la gioia di correre».

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