Italy

«Bella ciao» non dovrebbe essere l’inno di una fazione

Caro Aldo
con profonda convinzione, propongo a tutti coloro che in Italia si professano di sinistra o se ne sentono vicini definendosi progressisti, nonché a chiunque intenda agire per la pacifica e democratica convivenza, di abbandonare definitivamente «Bella ciao» e di adottare (diritti permettendo) «La libertà» di Giorgio Gaber. Mi permetto anche di suggerire, al fine di meglio cogliere il senso del brano, un ampio ripasso del repertorio di un artista visionario, unico, irripetibile e che, significativamente, è letteralmente sparito dal patrimonio culturale del Paese.
Massimo Semperlotti Parigi

Caro Massimo,
Non è in discussione Gaber, grande artista che ci manca molto. Mi colpisce il fatto che lei consideri «Bella ciao» una canzone di sinistra. Da ragazzi ad Alba la cantavamo senza essere sfiorati dall’idea di fare una «cosa di sinistra»: era la canzone della Liberazione dall’occupazione nazifascista, una cosa orribile. Quando eravamo ragazzi, ad Alba la Dc superava il 50 per cento, che nei paesi delle Langhe diventava il 70 e anche l’80. Pure gli operai della Ferrero e della Miroglio votavano democristiano. Il secondo partito era il liberale, il terzo il repubblicano, entrambi sopra il 10 per cento. La sinistra era molto debole. L’Msi non esisteva: un po’ tutti ricordavano i paesi bruciati, le donne violentate, i partigiani appesi o fucilati contro il muro del cimitero (tutte le vie attorno al cimitero di Alba sono dedicate a partigiani caduti).
Eppure l’altro giorno un parente a me molto caro mi ha detto che lui non canterebbe più «Bella ciao», perché è diventata «una canzone da comunisti». Gli ho risposto che forse la confonde con «Bandiera rossa» o «Fischia il vento», quelle sì canzoni di parte. La Liberazione dal nazifascismo dovrebbe essere una festa per tutti. E tra i partigiani c’erano giovani di ogni fede politica, e tantissimi senza partito, a cominciare da coloro che fondarono le prime bande, quasi tutti ufficiali degli alpini. Diciamo che di «Bella ciao» in questi anni è stato fatto un uso improprio, trasformandolo nell’inno di una fazione; mentre non dovrebbe essere così.

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L'addio

«Carlo Urbani, il medico che lottò contro la Sars»

In questi giorni in cui in Cina molti sono i decessi per il coronavirus, desidero ricordare l’amico Carlo Urbani, il medico marchigiano morto il 29 marzo 2003 nell’ospedale militare di Bangkok a causa di una malattia analoga, la Sars, diffusasi principalmente in Vietnam. Egli, infatti, lanciò l’allarme due settimane prima, invitando le autorità locali alla trasparenza e partecipando anche ad un apposita riunione di tutti gli ambasciatori dell’Ue durante la quale spiegò le misure da assumere. La sua tempestiva azione permise che l’epidemia fosse messa sotto controllo e debellata. Il successivo 7 aprile il Presidente Ciampi, in coincidenza della Giornata mondiale della salute, gli conferì la Medaglia d’Oro al Merito dei servizi di Pubblica Sanità, durante una cerimonia trasmessa in diretta dalla Rai. Il 24 giugno dello stesso anno, nella sede del Comune di Castelplanio (provincia di Ancona) dove Urbani nacque, l’allora Ambasciatore vietnamita in Italia, Le Vinh Tu, consegnò solennemente alla vedova, Giuliana Chiorrini, a titolo postumo, la Medaglia dell’Amicizia e dei Benemeriti del Salute del Popolo del Vietnam, massima onorificenza di quel Paese. Come ex Ambasciatore d’Italia a Hanoi in quel periodo, ritengo mio dovere ricordare un valoroso dei nostri tempi.
Luigi Solari

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MARTEDI - IL CURRICULUM

Pubblichiamo la lettera con cui un giovane o un lavoratore già formato presenta le proprie competenze: le lingue straniere, l’innovazione tecnologica, il gusto del lavoro ben fatto, i mestieri d’arte; parlare cinese, inventare un’app, possedere una tecnica, suonare o aggiustare il violino

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GIOVEDI - L'INGIUSTIZIA

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