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Belotti e le lacrime in Aula: «Ogni giorno muoiono 7-8 persone che conosco»

Daniele Belotti, ma come, lei il leghista più duro e puro che si commuove mentre interviene alla Camera?
«È un momento drammatico per la mia terra: stiamo perdendo i nostri nonni. Non sappiamo più dove portare i morti — risponde il deputato bergamasco —. Provo tanta tristezza, ma anche commozione nel vedere come sta reagendo la mia gente di fronte ad una tragedia del genere».
C’è il dolore ma anche la reazione.
«Sì, guardate cosa sta succedendo con l’ospedale da campo degli alpini. Hanno chiesto una mano e in poche ore sono arrivate alla Fiera centinaia di muratori, imbianchini, artigiani pronti a dare una mano senza chiedere nulla in cambio. Questo dimostra che la nostra società non è in crisi di valori e Bergamo ha saputo dimostrare un grand senso di comunità».
Chi la conosce non l’ha mai vista con gli occhi umidi.
«Vero, non sono tipo da lacrime. Finora mi ero commosso, di gioia, solo per i risultati dell’Atalanta (al di là, naturalmente, delle vicende private)».

Si è sorpreso di se stesso.
«Un po’ sì. Ma adesso basta lacrime. Dobbiamo andare avanti, combattere il virus e pensare a ripartire non appena sarà possibile».
Si è perfino fatto crescere la barba. Perché?
«È la barba della quarantena. Spero non mi diventi lunga come quella di Babbo Natale...».
Ha ricevuto tanti attestati di solidarietà?
«Una marea di messaggi, molti da esponenti del Pd e del M5S. Nel dolore non ci sono divisioni».
Ha avuto lutti in famiglia?
«No, ma ho perso decine e decine di amici, conoscenti, militanti della Lega, amministratori. Ogni giorno apprendo della scomparsa di 7-8 persone che conoscevo. È terribile».
Tra le tante storie che emergono, quale l’ha colpita?
«Il parroco di Casnigo che muore lasciando il respiratore ad un giovane è un gesto di umanità straordinario. Come quelli dei medici e degli infermieri si sono contagiati cercando di curare gli ammalati. E non dimentico gli operatori delle case di riposo, il fronte del fronte».

Quando ha capito cosa stava succedendo?
«Domenica 23 febbraio, quando la Regione ha convocato d’urgenza tutti i 1.500 sindaci lombardi ho capito che ci stava arrivando addosso uno tsunami».
Però l’allerta generale non è scattata allora.
«Vero, c’è stata una fase, di una decina di giorni in cui molti, se non tutti, hanno sottovalutato l’emergenza. In quel momento si pensava ad uscirne il prima possibile, c’erano le preoccupazioni per l’economia».
Anche ad Alzano, uno degli epicentri, si è commesso il grande errore di ostacolare la zona rossa. In prima fila gli imprenditori locali e il sindaco leghista.
«L’autocritica va fatta, ma non in questo momento. È chiaro che il sindaco ha una sua percezione della realtà... Ma tutti per giorni sono andati alla ricerca di un equilibrio tra ragioni dell’economia e salute delle persone. Si è capito solo dopo qualche giorno che era impossibile. Ma chi ha mai vissuto una situazione simile?».
Anche nella Bergamasca tutta questa cultura del lavoro e degli affari non ha giovato.
«La nostra è una realtà molto dinamica, che opera su tutti i mercati mondiali. È chiaro che eravamo i più esposti al pericolo di contagio».
Quando è arrivato, però, la cultura del lavoro ha impedito di capire che la priorità era un’altra.
«Il lavoro per noi è sempre stato un vanto. Certo, dopo quello che è successo, bisogna riflettere e trarne delle conseguenze. Dovremo imparare a ragionare diversamente».
Tra le possibili cause della diffusione del virus c’è anche la partita Atalanta-Valencia del 19 febbraio. Lei era a San Siro?
«Certo. Quella partita l’hanno vista 45 mila persone allo stadio ma altre migliaia nei bar e nelle case. È stata una grande festa della comunità bergamasca».
Ma anche possibile detonatore di un dramma.
«Purtroppo è molto probabile. È drammatico pensare che uno dei momenti sportivi più alti dei bergamaschi possa essere anche tra le cause di un dolore immenso». Cosa sta insegnando questa tragedia?
«Vanno ripensate molte convinzioni, a partire da quella che ci faceva credere che le epidemie fossero affare del Terzo mondo. Bisogna prendere lezione e attrezzarci di conseguenza. Se dopo il terremoto del Friuli è stata creata la Protezione civile, ora si dovrà mettere in campo strutture e mezzi adeguati a far fronte a nuove epidemie». Per non ritrovarsi a piangere di nuovo lacrime amare.
«No, basta lacrime. Adesso è ora di ripartire».