Italy

Berlusconi evoca l’unità nazionale: ma il no del governo avvicina il voto

Un po’ per rassicurare i suoi spaventati parlamentari che temono una corsa verso il voto, un po’ per ribadire il ruolo di forza «responsabile» ieri, oggi e domani, Silvio Berlusconi torna a parlare della crisi fotografando la situazione e affidandosi al capo dello Stato, al quale spetta l’ultima decisione. Che nella sua visione può solo essere o un governo istituzionale, o il voto, extrema ratio ma sempre preferibile all’immobilismo

In una lunga nota, il leader azzurro — che nei giorni scorsi in Provenza ha incontrato Gianni Letta e ieri ha parlato con gli alleati — si dice «davvero preoccupato» per una «paralisi politica che si trascina senza sbocchi». Lui vorrebbe che nella grave fase che il Paese sta attraversando «governo e Parlamento lavorassero ogni giorno sul Recovery fund, sul piano vaccinale, sui ristori, sulle strategie per far ripartire il Paese» e su «fisco, burocrazia, giustizia, infrastrutture, lavoro». Ma si assiste solo a una «caccia a qualche senatore disposto a cambiare schieramento», caccia che per quanto riguarda FI «è destinata a rimanere infruttuosa».

La caccia però continua, Berlusconi lo sa, e cerca di porvi un freno anche facendo capire che per lui non c’è solo il voto. Servirebbe invece una collaborazione fra tutte le forze del Paese, perché se «in circostanze normali la strada più lineare sarebbe restituire la parola ai cittadini» che darebbero la vittoria al centrodestra, gli italiani oggi «non ci chiedono di pensare all’interesse di parte». Ecco perché proprio lui aveva proposto «un governo di unità nazionale», ma sono arrivati i no di M5S e Pd, fa notare a chi fra i suoi vorrebbe una FI più disponibile al dialogo con la maggioranza e meno schiacciata sulle posizioni di Salvini e soprattutto della Meloni.

Non è colpa sua insomma, è il messaggio, se «questo rifiuto avvicina il ricorso alle elezioni anticipate», che porterebbero a una «paralisi di due mesi» comunque preferibile a «una di due anni di non-governo». Ecco perché, continua Berlusconi «ci siamo rivolti al capo dello Stato, affinché fosse lui ad individuare la soluzione più adeguata e più saggia». Quale sia la preferenza del suo partito però Berlusconi lo ribadisce: «È evidente che il Paese ha bisogno di concordia e di efficienza, non di paralisi che, lunghe o brevi che siano, in questo momento non farebbero il bene dell’Italia». Ma le aperture devono arrivare dalla maggioranza alla quale non darà un aiuto sottobanco e per la quale non spaccherà il centrodestra.

Quindi la posizione di FI appare più vicina a quella dei centristi della coalizione, come Giovanni Toti, che non a quella della Lega (dove pure Giancarlo Giorgetti lavora per spingere Salvini ad ipotesi istituzionali) e soprattutto della Meloni. Ma la leader di FdI non sembra preoccupata della tenuta della coalizione. In tutti i contatti degli ultimi giorni, raccontano sia da Fi che da FdI, Berlusconi è apparso «molto determinato» sia a reggere l’urto di chi vorrebbe sottrargli parlamentari, sia a non rompere il fronte del centrodestra. Poi, su questo convengono tutti, toccherà a Mattarella l’ultima parola e bene ha fatto Berlusconi — dice Mariastella Gelmini — a ricordare che «Conte deve dimettersi e lasciare al presidente della Repubblica il compito di individuare un percorso costituzionalmente corretto e politicamente prudente per superare la grave situazione nella quale l’insipienza della sinistra e del M5S ci ha condotto».

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