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Berlusconi non ha i voti per diventare presidente della Repubblica (e lo sa)

Silvio Berlusconi non diventerà mai presidente della Repubblica. E lui lo sa, anche se si diverte un mondo a fare la parte del papabile o almeno quello che dà le carte. Sta meglio fisicamente e quindi torna nell’arena, o forse il contrario, torna nell’arena e dunque sta meglio.

Nei fatti sparito da tempo, il Cavaliere ci riprova. Non si preoccupa tanto delle campagne contro il suo Grande Tentativo che pure si sostanziano di una messe di argomenti: è l’italiano che ha più diviso l’Italia, e già questo dovrebbe bastare. Ha troppe ombre nel suo passato – da ultimo la sentenza che dice che le cene eleganti non erano cene eleganti ma prostituzione. 

Troppi demeriti oggettivi, a partire dalla cattive condizioni in cui ha lasciato l’economia italiana. È un uomo molto anziano e non in perfetta salute, e questo è un tempo che non permette di assentarsi neppure un attimo dal proscenio nazionale e internazionale.Tutto drammaticamente, per lui, vero.

Ma soprattutto Silvio Berlusconi non ha i numeri. Gli dicono che basterebbero 50-60 voti in più di quelli che ha sulla carta per essere eletto alla quarta votazione ma in realtà sono molti, molti di più. Gli mancherebbero senz’altro tanti grandi elettori del centrodestra, a partire da quelli della corrente europeista di Mara Carfagna, Renato Brunetta e Mariastella Gelmini che non avrebbe alcun interesse a mandare al Quirinale il vecchio patron dell’alleanza con gli odiati sovranisti, l’ostacolo alla piena emancipazione centrista degli azzurri. 

Discorso analogo si potrebbe estendere agli amici di Giancarlo Giorgetti, ma diciamo anche che anche un normale leghista doc il berlusconismo se l’è scordato da tempo. Fratelli d’Italia? Forse loro sarebbero i più disciplinati, ove mai partisse l’ordine di votarlo, ma non sono poi tantissimi e in compenso hanno pochissime idee: a cosa sarebbe funzionale Berlusconi al Colle? Nella palude del Parlamento, cioè nell’ampia zona grigia di parlamentari senza casa politica, c’è molta gente che è stata maltrattata dal Cavaliere e che pertanto lo odia.

Il suo forziere di voti è nel centrodestra, ma parafrasando l’Innominato manzoniano: dov’è, questo centrodestra? Cos’è? Oggi si incontrano i ministri di Forza Italia e della Lega, ovviamente assenti i meloniani, e tutti e tre i gruppi pretendono di andare insieme da Mario Draghi, due di governo e uno di opposizione: un capolavoro di ineducazione politica e istituzionale che infatti non avverrà mai. È la fotografia di un pasticcio chiamato centrodestra.

Dall’altra parte, il centrosinistra non voterà mai per il Cavaliere. Ieri Enrico Letta lo ha quasi sbeffeggiato («Si è fatto prendere in giro da Salvini e Meloni») ed Ettore Rosato (Italia viva) ha detto che secondo lui «Berlusconi non sarà candidato alla presidenza della Repubblica».

Per le ragioni generali dette prima. E anche perché Berlusconi è un uomo d’affari e sa che stavolta non ha niente da proporre in cambio. Non c’è una Bicamerale da scambiare, non c’è un patto del Nazareno per fare le riforme. Per la prima volta il più bravo venditore della storia politica italiana non ha niente in mano. Per gli stessi motivi non si vede come possa ingolosire il cosiddetto super-centro, nel cui ambito peraltro ogni capo o capetto punta a obiettivi diversi da quelli degli altri. 

Il Cavaliere spera nelle divisioni altrui confidando che «quelli là non m’impallinino», come si è espresso davanti a testimoni riferendosi a Meloni e Salvini contando sul fatto che il tandem sovranista non ha una sua candidatura nemmeno di bandiera. E lui, il vecchio leader, potrebbe partire appunto come candidato di bandiera nelle prime tre votazioni puntando a crescere dalla prima alla terza, secondo una dinamica psico-politica che altre volte si è sviluppata all’ombra delle colonne e dei salottini del Transatlantico di Montecitorio, dove nei giorni del Grande Romanzo Quirinale sostano tutto il giorno gli oltre mille grandi elettori più decine di cronisti affamati di colore e se possibile di politica. 

Quando secondo il responso di urne considerate tradizionalmente puttane darà Berlusconi non lontanissimo dai fatidici 505 voti che servono alla quarta votazione, egli potrebbe provarci. Ma come detto le sue sarebbero munizioni bagnate, pallottole a salve, con contorno di promesse sussurrate nel vento. Decisivo nelle elezioni di Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, stavolta Berlusconi è nudo nella sua vecchiezza come un personaggio di un quadro di Ribera o di Caravaggio, con sé solo il vecchio superbo istinto del commerciante e attorno truppe infide che lo inducono a osare l’inosabile.

Se tutto ciò è giusto, la domanda sorge spontanea: ma com’è possibile che l’ipotesi che Berlusconi possa diventare il prossimo Capo dello Stato, sulla quale fino a poche settimane fa si sorrideva, stia diventando materia di discussione? Come fa quest’uomo di 85 anni, dopo il long Covid, operazioni al cuore, tumori superati (e lasciamo perdere tutto il resto) inoculare nel mondo politico e nell’opinione pubblica l’idea di poter aggiudicarsi il big match del Colle? E com’è possibile – soprattutto – che osservatori esperti, giornalisti acuti, assidui dei talk show ci caschino? Il fatto è che molti di questi hanno gli anni per ricordare le gesta vittoriose del costruttore di Milano 2 e di Forza Italia, sempre dato per vinto e sempre miracolosamente resuscitato come un personaggio di Ovidio. Però questa volta non è più il tempo per un’ennesima metamorfosi. E dentro di sé anche lui lo sa.