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Boom per il gioco d’azzardo online: +35% complici Covid e licenziamenti

Nelle sue raccomandazioni per far fronte allo stress durante la pandemia, l’Organizzazione Mondiale della Sanità suggerisce di non usare fumo, alcol o altre droghe per gestire le proprie emozioni. Ma controllare i turbamenti, e in particolare le dipendenze, è più facile a dirsi che a farsi in un contesto di distanziamento sociale. Negli ultimi tre mesi Corriere Innovazione ha esaminato i problemi delle persone che soffrono da dipendenze dal gioco d’azzardo in Europa, esacerbati dagli effetti secondari dell’emergenza sanitaria. «Alcune persone si sono rifugiate nel gioco dopo aver perso il proprio lavoro, ho parlato con badanti, camerieri e altre persone che lavoravano in nero, che venivano a giocare sperando di vincere e sentirsi più sollevati in un periodo in cui la loro situazione finanziaria era già nettamente compromessa», ha rivelato un moderatore della chat di una compagnia di gioco d’azzardo online che ha chiesto di rimanere anonimo. Negli ultimi anni aveva già iniziato a verificarsi, a livello globale, un passaggio dal gioco offline a quello online. In Italia, la spesa totale nel mercato in rete è passata da 823 milioni di euro nel 2015 a 1.854 milioni nel 2019.

«La crescita del gioco a distanza è coerente con tutti gli altri settori economici, in cui il mercato online è in aumento con una rapidità senza precedenti», dice Elisabetta Poso, direttrice dell’Ufficio Gioco a Distanza presso l’Agenzia Dogane e Monopoli. Poso chiarisce, tuttavia, che su 100 euro spesi per il gioco, ancora oggi meno di 10 sono investiti sul gioco online. Il coronavirus potrebbe aver in parte contribuito a una migrazione globale verso i mercati virtuali, ma non ha fatto altro che accelerare una transizione che si avvicinava inesorabile. In Italia, le versioni online di poker, carte, bingo e giochi da casinò sono aumentate di popolarità in modo significativo durante il lockdown. La spesa sul poker nei mesi di marzo e aprile è raddoppiata rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mentre il segmento delle scommesse si è spostato sugli e-game. Un’indagine condotta dall’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa ha riportato che tra i profili virtuali aperti negli ultimi mesi, l’11% è stato aperto da giocatori che non avevano mai giocato online.

Solo nel mese di marzo i nuovi conti di gioco aperti sono aumentati del 35% rispetto a quelli di febbraio. «A marzo e aprile facevamo fatica a star dietro ai turni di lavoro. Quando sono state chiuse le slot machines presenti nei tabacchi, diversi utenti sono entrati in chat disperati, chiedendo conferma se il gioco online sarebbe rimasto attivo», ci ha rivelato il moderatore. Emerge quindi la necessità di regolamentare il settore online dal punto di vista internazionale, anzitutto perché il mercato digitale rende più difficile applicare leggi su limiti di gioco e pubblicità. Per fare chiarezza: in ogni stato esistono compagnie di gambling considerate legali (che rispettano le regole imposte dallo stato sui limiti di promozione e di tempo e spesa delle giocate) e compagnie illegali (che non sono direttamente monitorate dallo stato e in tal senso possono finire per operare in modo fraudolento). Il problema è che, con l’online, emerge una seconda categoria di illegalità: quella delle compagnie che rispettano le leggi di uno stato e non quelle di un altro, ma operano a livello internazionale.

«Gli impianti normativi di questi settori risalgono al XX secolo e penso che la pandemia abbia contribuito a sensibilizzare su questo particolare problema», afferma Hörnle, professoressa di Internet Law alla Queen Mary University of London e leader di un team di ricercatori che fornisce consulenze sul tema del gioco a distanza alla Commissione Europea e ai governi inglese e cinese. In questo contesto però l’Italia può ritenersi all’avanguardia. Il nostro paese ha introdotto regole precise di tutela dei giocatori, che sono più severe e aggiornate rispetto ai regolamenti di altri paesi europei. L’Italia regolamenta il gambling online bloccando agli utenti italiani gli indirizzi Ip dei siti che hanno come dominio “.com”. Il blocco rende cioè più complicato l’accesso ai siti non autorizzati dal governo italiano, e allo stesso tempo tenta di sensibilizzare i giocatori alla distinzione tra siti legali e illegali.

Non sempre però le autorità riescono nel loro intento: gli utenti possono accedere ai siti usando un programma Vpn che faccia apparire la propria connessione come se provenisse da paesi con misure meno stringenti. Il Brasile è un esempio lampante della difficoltà di regolamentare il settore: nonostante il gioco d’azzardo sia stato messo fuori legge negli ultimi 78 anni, il mercato illegale è stimato in quasi 5 miliardi di dollari l’anno, di cui l’online varrebbe 250 milioni. Proprio per questo, il presidente Bolsonaro ha dichiarato di voler legalizzare il gioco per rafforzare l’economia e generare occupazione. Le leggi sono difficili da applicare anche nel campo pubblicitario.

Con il decreto legge n-87/18 l’Italia ha vietato qualsiasi forma di comunicazione a contenuto promozionale, sia tradizionale sia sui social media. I giocatori italiani che riconoscono di avere un rapporto problematico con il gioco possono poi chiedere di essere bloccati da tutti i siti di gioco riconosciuti dalle autorità. Tuttavia, su internet — e in particolare sui social media — è diventato sempre più difficile distinguere tra contenuti pubblicitari, editoriali e personali. La palesità degli sponsor si è trasformata nell’opacità degli influencer che non sono sempre obbligati a rendere chiara la natura commerciale dei propri post. Anche avendo richiesto di essere bloccati da siti di gambling, alcuni utenti hanno continuato a ricevere mail da altre compagnie internazionali che offrivano credito a chi avesse aperto un nuovo conto di gioco. Altre volte, giocatori vulnerabili hanno visto apparire sulle home dei propri social media le vanterie di persone che dichiaravano le proprie vincite: influencers o semplici utenti orgogliosi? Il problema è che non esistono programmi internazionali di autoesclusione e, volendoli creare, si incontrerebbero grandi ostacoli riguardanti la protezione dei dati.

«C’è un enorme problema di giurisdizione —, suggerisce Hörnle —, perché moltissime società che offrono servizi di gioco d’azzardo online risiedono fuori dai confini nazionali. E allora come si applicano le leggi? Penalizzando la persona che sta giocando o l’operatore dei servizi? Ma se l’operatore è all’estero, come si fa?». La Commissione Europea ha cercato di coordinare gli approcci dei diversi stati membri, ma l’impianto europeo non è ancora armonizzato per ragioni anche culturali e storiche. È difficile infatti mettere d’accordo paesi rigorosamente regolati come quelli nordici o l’Italia, e altri che hanno liberalizzato il settore secondo un approccio a manica più larga, come il Regno Unito e Malta. L’armonizzazione dei regolamenti europei sarebbe auspicabile e renderebbe più semplice applicare le leggi, ma al momento i diversi paesi trattano l’argomento in modi troppo diversi perché questo sia possibile.

Per di più, i regolamenti e i codici di licenza sono tanto vaghi sulle misure di protezione dei giocatori che alcuni operatori, invece di proteggere i consumatori più vulnerabili, fanno esattamente il contrario. Le compagnie finiscono talvolta — ma non sempre – per trattare chi gioca spesso e scommette cifre alte come un “Vip”, che è l’opposto di quello che gioverebbe alla salute mentale dei giocatori problematici. Hörnle si chiede se si possa trovare un modo per pretendere che le compagnie di gioco applichino gli algoritmi per l’obiettivo opposto. Tecnologia, algoritmi e profilazione, se usati in modo ragionevole e nell’interesse del consumatore, potrebbero aiutare a prevenire la dipendenza ancora prima che si cementi, alle sue prime manifestazioni. Hörnle dice che «questo potrebbe essere un modo molto più promettente di prevenire i problemi di gioco piuttosto che tentare di metterli fuori legge». Su www.bbc.co.uk il podcast sul gambling in Uk di Silvia Lazzaris e Katharina Kropshofer

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