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"Bossetti ha ammazzato Yara? Vi dico cosa riveleranno i test"

Crede ancora nella giustizia e ce lo rivela attraverso il suo legale, Massimo Bossetti, il muratore di Mapello, oggi cinquantenne, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, la tredicenne scomparsa da Brembate il 26 novembre del 2010 e ritrovata cadavere tre mesi dopo, nel febbraio 2011.

Per l’omicidio della piccola Yara, dopo anni di indagine, si arriva all’esistenza del cosiddetto ‘ignoto 1’ il cui dna è stato ritrovato sugli slip e sui leggins della tredicenne. L’identità di questo ‘ignoto 1’, è stata attribuita a Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo con l’accusa di aver ucciso Yara.

A tre anni dalla pronuncia della Cassazione, forse si va verso la revisione del processo. Massimo Bossetti si è sempre dichiarato innocente: lo ha fatto durante i processi, per voce del suo avvocato Claudio Salvagni e con lettere dal carcere. C’era un unico modo per conoscere con certezza l’innocenza o la colpevolezza di Bossetti: confrontare il suo dna con quello presente sui reperti, tra cui slip e leggins della povera Yara.

L’accertamento è stato richiesto dal suo legale Claudio Salvagni, sin dalla fine delle indagini preliminari nel 2015, durante le udienze di primo grado e anche in Appello. La richiesta è stata puntualmente rigettata e Bossetti condannato in via definitiva, dall’opinione pubblica ancor prima che dalla Cassazione. E il suo avvocato Claudio Salvagni in questa vicenda sottolinea un vizio di buon senso e una estrema necessità di saziare la fame di giustizialismo dell’opinione pubblica.

Avvocato Salvagni, come si è arrivati a questa svolta?

“Dopo anni di ‘no’, incredibilmente abbiamo davanti a noi la possibilità di dimostrare quello che sosteniamo da sempre, ossia l’innocenza di Bossetti. Ci attiviamo immediatamente e con una istanza, chiediamo le modalità con le quali esaminare i reperti. L’entusiasmo, però, dura poco. Infatti, solo qualche mese dopo, il 26 maggio 2020, la Corte di Assise di Bergamo rigetta l’istanza della difesa ritenendola 'inammissibile'. Ci siamo opposti all’ennesimo diniego con un ricorso in Cassazione e nel frattempo abbiamo nuovamente avanzato richiesta alla corte d’Assise che, a sua volta, l’ha nuovamente respinta”.

Prima autorizzati ad esaminare i reperti e dopo qualche mese, un altro diniego. Cosa succederà ora che il ricorso è stato accolto?

"La Corte d’Assise di Bergamo adesso, non potrà più ritenere inammissibile la richiesta ma dovrà illustrare alla difesa di Bossetti le modalità operative, in quanto l’autorizzazione concessa il 27 novembre 2019, non essendo mai stata impugnata, si è cristallizzata".

Perché questa ostinazione a non ammettere la perizia?

“Sottoporre Bossetti alla perizia sarebbe stato semplice e avrebbe risparmiato del tempo. Ci veniva risposto che non c’erano più campioni di dna, invece ce ne sono 54. Per noi – insiste Salvagni – il dna di ‘Ignoto 1’ non corrisponde al dna di Massimo Bossetti”.

Perché, secondo lei, non sono state ascoltate le ragioni di Bossetti?

“Bisognava consegnare un mostro all’opinione pubblica, ecco perché non abbiamo mai smesso di lottare. Anche io, come il mio assistito, credo nella giustizia, altrimenti non sarei uomo di legge. La giustizia però è fatta dagli uomini e gli uomini possono sbagliare, ecco perché bisogna lottare per cercare sempre e comunque la verità. La vita di Bossetti è stata segnata per sempre, così come quella di tanti italiani condannati e poi riconosciuti innocenti dopo diversi anni. Credo – conclude – che siamo davanti all’ennesimo madornale errore giudiziario”.

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