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Case di riposo, a Padova mancano 200 infermieri: «Sono insufficienti anche medici e Oss»

PADOVA. Ora si teme per la tenuta del servizio nelle case di riposo. Secondo il presidente di Uripa (l’Unione regionale delle case di riposo), nel Padovano mancano tra i 150 e, più verosimilmente, i 200 infermieri. Uno su tre, come conferma la Cisl. A questi si aggiungeranno i no vax che vanno verso la sospensione. Né i 14 recentemente assunti dall’Usl 6 e dirottati in quattro Rsa fino a dicembre (con la possibilità di revoca in qualunque momento in caso di necessità), possono risolvere il problema.

Ma non è questo l’unico fronte aperto nelle Rsa: oltre alla penuria di infermieri, Uripa denuncia i rischi connessi alla ripresa dell’epidemia – per cui gli ospiti, tra i primi a essere vaccinati, ora sono di nuovo potenzialmente a rischio – e il ritardo degli Spisal nel comunicare i nomi degli operatori non vax.

LA SITUAZIONE

Nel Padovano sono 43 le Rsa, per un totale di circa 5 mila posti letto, con una previsione di un infermiere ogni 10 anziani. Eppure, tra gli addetti ai lavori, si sussurra che la situazione sia ormai «oltre i livelli di guardia», se non «completamente saltata» in alcune strutture, con ferie saltate e turni infiniti, per non parlare degli «operatori sociosanitari chiamati a svolgere talvolta lavori borderline rispetto alle loro mansioni». Nelle condizioni peggiori le case di riposo private, in cui la differenza di stipendio rispetto al pubblico incide in maniera significativa, senza possibilità di invertire l’ormai nota migrazione verso le Usl. «Viviamo in una società in cui il senso civico è completamente rovesciato e non c’è attenzione per gli anziani che ci hanno consegnato il mondo di benessere che abbiamo conosciuto» tuona il presidente di Uripa Roberto Volpe «mi spiace vedere che nessun presidente di Regione, con tutto il peso che hanno ormai i governatori, spende una parola per le case di riposo. Manca un’attenzione non solo politica, ma anche etica».

Gli appelli inviati al ministro Speranza, al premier e ai presidenti di Regione si accatastano senza risposta ormai da mesi. Ma ora, al danno, si somma la beffa: «Il Governo non ha ancora prorogato oltre la fine dell’anno l’utilizzo di personale infermieristico non comunitario, quando ci sono paesi come l’Albania che ne producono più del loro fabbisogno» prosegue Volpe «e la loro formazione è perfetta per le case di riposo, ma certo questi non lasciano tutto per venire qui per sei mesi. Ecco perché il provvedimento va esteso fino a fine 2023».

Le case di riposo si sentono strette tra due fuochi: «I familiari pretendono di vedere gli ospiti come un tempo, ma noi non possiamo permetterci di farli entrare nelle stanze, perché ci sono anziani che non hanno potuto essere vaccinati e altri che non hanno sviluppato difese» prosegue Volpe «senza contare che siamo costretti a mettere in campo fisioterapisti ed educatori per compilare i moduli e questo comporta un impoverimento del servizio agli assistiti. In questo scenario, infermieri e operatori sono allo stremo e se si dovesse verificare una nuova ondata grave come le precedenti, metà del personale se ne andrà».

I SINDACATI

Anche la Cisl non nasconde la preoccupazione: «Dopo 16 mesi di chiusure legate alla pandemia e di un’azione globale a protezione degli ospiti è molto alta la preoccupazione per le attività di assistenza che vengono erogate nelle Rsa» afferma Franco Maisto della Cisl Fp «siamo consapevoli delle numerose problematiche che tutt’oggi gravano sulle strutture, in particolare del settore privato, ma non solo. Gli infermieri che hanno scelto il lavoro in ospedale determinando una sensibile diminuzione negli organici già carenti è diventata una vera e propria emergenza con una mancanza stimata di almeno il 30% che occorrerebbe per garantire migliori turni e la copertura delle ferie. Due le strade percorribili: l’accesso a graduatorie messe a disposizione dall’Usl e quella, più complessa, sul mercato internazionale».

Un percorso, quest’ultimo, che «prevede l’individuazione di una scuola di formazione o di un istituto estero che fornisca i nominativi degli infermieri all’ente che ne fa richiesta per poi passare dal ministero degli Interni, quindi serve un accordo finale con la Prefettura, garantendo comunque una serie di istituti, come alloggi e lavoro per almeno un triennio» prosegue Maisto «un esempio può essere la Santa Tecla di Este dove a settembre arriveranno 7 infermiere dal Kenia».

Nel complesso la carenza di infermieri, aggiunge, viene in parte tamponata «dalla riorganizzazione dei turni dei servizi, potenziando il più delle volte il numero di Oss che nelle Rsa sono 5 a 1 rispetto agli infermieri. L’aumento del loro impegno ha consentito di garantire servizi e assistenza» conclude «certo il problema di quanto possa reggere il sistema da qui a settembre è una questione molto delicata».

NUOVE EMERGENZE

Proprio quello degli Oss, assieme ai medici, ammonisce Volpe, è il nuovo fronte che si va aprendo nelle case di riposo: «Nessuno vuole più fare l’operatore sociosanitario, saltano i corsi per mancanza di adesioni e, non bastasse, a fronte del progressivo pensionamento dei medici, questi non vengono sostituiti a causa della legge che considera l’esperienza nelle Rsa durante la specializzazione, alla stregua di tempo perso. Una norma che va cambiata immediatamente».

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