Italy

Caterina e lo stupro in strada: “Ora so che non era colpa mia e saprò spiegarlo a mio figlio"

Milano -  Era il 2005, era una sera di giugno quando Caterina - che non è il suo nome ma quello che ha scelto per raccontare questa storia - tornava a casa e, incontrando un amico, si era fermata a parlare con lui in auto. Aveva 22 anni, diventò la vittima del "branco di via Chopin": cinque, alcuni minorenni, una violenza ripetuta e brutale. Caterina denunciò subito, descrisse lucidamente alla polizia e alla pm Grazia Padella (con l'avvocata Eleonora Ferrillo le sue colonne) particolari che permisero di individuarli e arrestarli in 48 ore. Sono stati tutti condannati, uno di loro anni dopo è stato fermato ancora per una violenza. 

Caterina, ha mai cercato di sapere dove sono?


"No. Saranno sicuramente fuori dal carcere tutti, ormai. Ma tendenzialmente non ci penso".

Non pensa a loro o non pensa a cosa le hanno fatto?
"Quello è impossibile, ma la mia vita è andata avanti in questi 15 anni. Ne ho 37, sono un avvocato, mi sono sposata, ho un figlio. Certo, se leggo di una violenza sessuale ci penso, o quando per lavoro mi devo occupare di casi di violenza".

Quindici anni fa non c'erano i social network. Forse questo l'ha salvata, allora, almeno dagli insulti che tante donne vittime di violenze devono leggere.
"E' vero, Facebook non era quello che è diventato adesso. Ma in un blog avevo trovato persone che parlavano di quello che mi era successo, giudizi taglienti anche allora. Adesso quando sui social e sui siti leggo questo genere di commenti penso: cosa ne sapete di quanto questa ragazza, si colpevolizza per quello che è accaduto, anche se non è giusto? Pensate che una non si faccia queste domande?".

Lei se le è fatte, all'epoca?


"E' normale farsele, la differenza sta nell'esito a cui arrivi. In maniera oggettiva è uguale per tutte: non è colpa nostra. Ma soggettivamente è diverso".

Come è arrivata a questa consapevolezza?
"Io ho sempre analizzato tutto, all'inizio pensavo di farcela da sola, dopo due anni qualcosa si è rotto - o forse si è ricucito - e ho capito di avere bisogno di aiuto. Bisogna farsi aiutare da psicologi, non cercare di allontanare il pensiero di quello che è successo ma viverlo fino in fondo e superarlo, arrivare a capire quello che io ora so con certezza: non sono stata io. Non era colpa mia".

Lei si è sposata alcuni anni fa. E ha un figlio di un anno e mezzo. Un maschio.


"Con mio marito, a cui ho raccontato tutto subito, anni fa, ci interroghiamo sulla sua educazione, anche se è così piccolo. Quando leggo casi di violenza: lo guardo e penso ok, tu dovrai avere rispetto per le donne, dovrai crescere capendo cosa vogliono dire le tue azioni. Quando difendo ragazzini per reati come la diffusione di materiale pedopornografico mi rendo conto che loro non capiscono la violenza che fanno a una loro coetanea scambiandosi le foto in chat".

Gli racconterà un giorno della violenza di cui è stata vittima?
"Me lo sono chiesta e non ho una risposta certa. In casa ho gli atti del processo e gli articoli dell'epoca, e questo mi ha fatto pensare. Probabilmente glielo dirò, dovrò capire quando sarà il momento giusto".
 

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