Italy

Cesa e Mastella mollano il partito di Conte. E ora vacilla l’operazione Responsabili-Costruttori

E al quarto giorni i conti non tornano più. E le certezze vacillano. Giuseppe Conte resta blindato a palazzo Chigi dove sta lavorando  al discorso che pronuncerà lunedì alla Camera e il giorno dopo al Senato. Ma i suoi emissari che da prima di Natale sondano, contattano, lusingano peones di varia estrazione, soprattutto al Senato, riportano bollettini incerti: i Responsabili non crescono, neppure dopo essere stati riabilitati a Costruttori, “siamo fermi tra i 155 e i 157”. A sentire Matteo Renzi che, a torto o a ragione, ha messo la maggioranza davanti alla proprie contraddizioni, incoerenze  e ipocrisie, il pallottoliere sarebbe fermo ancora a 152. Probabilmente la verità sta a metà strada, sarebbero 155 i senatori disposti a dare fiducia al Conte ter. Una dozzina di voti in più rispetto alle opposizioni (144 voti). Ma lontano dal magic number che fissa a 161 la maggioranza assoluta.

Come un gatto in tangenziale

La Costituzione prevede che la fiducia sia tale anche con un solo voto in più. Ma quanto potrebbe durare una maggioranza numerica scarsa che non ha alcuna valenza politica? Quanto un gatto in tangenziale. Il Conte ter presunto, dove al posto di Italia viva entrerebbero i Responsabili, sarebbe in difficoltà in ogni votazione. E molto probabilmente avrebbe il destino già segnato tra maggio e giugno, alla vigilia del semestre bianco quando sarà impossibile sciogliere le Camere che a febbraio 2022 dovranno eleggere il nuovo Capo dello Stato. Sempre che il Presidente della Repubblica, costruttore della legislatura più anomala di sempre,  abbia intenzione di chiudere gli occhi sia sulla nuova ipotetica maggioranza (frutto di pure somme aritmetiche) che sull’assenza del collante politico. E’ arduo, infatti, capire cosa possa tenere insieme forze come il Pd, i 5 Stelle, Leu e un gruppo di Responsabili raccattati tra i centristi di Forza Italia (i tre senatori) e qualche 5 Stelle estromesso per via degli scontrini.

Scenari ribaltati

Al quarto giorno, quando mancano 48 ore al momento della verità, i conti non tornano e gli scenari si ribaltano. I gruppi di Italia viva tengono (al momento dice addio solo il deputato De Filippo che torna nel Pd al grido “la politica è sentimento” e  Zingaretti lo accoglie a braccia aperte). Renzi ieri ha riunito i gruppi, ha confermato la linea dell’astensione per ribadire la disponibilità a cambiare squadra e agenda di governo che è il punto dove c’è stata la rottura. “Da noi nessuna preclusione, se si parla di contenuti ci siamo”.  Non partecipare al voto, abbassando il quorum, è un atto di apertura e un modo per sdrammatizzare il voto di fiducia.  Una linea confermata anche se Conte dovesse presentarsi in aula con un “intervento di apertura a pezzi di Forza Italia, del centro o altri che vorrebbe portare dentro per sostituirci”. Anche in questo caso, la linea è “stare sui contenuti su cui tutti in queste ore ci danno ragione e che sono la nostra forza, spiegare perchè sta succedendo tutto questo”. Il leader di Iv, che sta parlando molto anche con le opposizioni, è convinto che il pallottoliere sia fermo sui 152 voti a favore “sono lontani da quota 161 al Senato”.

Berlusconi: “Basta perdere tempo”

Compatte le destre che denunciano “l’indecenza della situazione” e si augurano che il Presidente Mattarella “ prenda atto che non c’è più una maggioranza e sciolga le camere. “Mi auguro che il passaggio parlamentare di lunedì e martedì faccia definitivamente chiarezza. Se il Presidente Conte ha i numeri per andare avanti, lo faccia, senza sottrarsi ancora al dovere di governare e alle urgenze del paese. Se invece si certificherà la fine di una maggioranza che non ha mai avuto nè il consenso degli elettori nè omogeneità e coerenza politica al proprio interno, allora si ridia subito la parola al Capo dello Stato per metterlo in condizione di assumere nel più  breve tempo possibile le determinazioni necessarie” . Ad ogni modo, Forza Italia di sicuro, probabilmente anche la Lega, più incerta Fdi, voteranno lo scostamento di bilancio, i 30 miliardi per il decreto Ristori numero 5

Maie- Italia 23 non decolla

In confusione Pd e M5s che stanno consumando i rispettivi congressi e cercando di salvare il seggio visto che (vale per il Pd), oltre al taglio dei parlamentari, molti di loro sono stati super-iper renziani e nonostante lo zelo nel rinnegare quella stagione della vita, non saranno candidati dalla segretaria Zingaretti. Entrambi dicono che non esistono alternative a Conte. Orlando e Di Maio escludono ormai Renzi dalla cerchia della nuova maggioranza. Ma ieri a qualcuno, più d’uno, è venuto il sospetto che il premier, con la nascita del suo partito diventi alla fine un problema per tutti. Nei sondaggi la lista Conte toglie voti a Pd e M5s.

Fatte queste premesse, ieri sono accaduti due fatti che hanno congelato e forse danneggiato la caccia ai Responsabili. Doveva essere il grande giorno, quello dell’approdo dei centristi contiani nel nuovo gruppo al Senato Maie-Italia 23. Ma sono arrivati solo due senatori, gli ex M5s De Bonis e Buccarella che però ai fini della contabilità non cambiano nulla visto che hanno sempre votato a favore di Conte. Incerti altri 3-4 senatori ex M56. Mentre hanno sempre votato contro il premier Paragone, Gianrusso, Martelli. Non si esclude a questo punto che possano entrare in Lega.  

L’Udc non chiude l’accordo con Conte

Ma i fatti che veramente ieri hanno ribaltato il quadro sono altri e così variabili - e poco nobili - che potrebbero nuovamente cambiare. Ieri in mattinata il segretario dell’Udc Cesa ha parlato a lungo con Berlusconi (i tre senatori sono nel gruppo Forza Italia) dopo aver parlato con il senatore Fantetti, emissario di Conte e segretario di Italia 23. L’unico tema di queste discussioni è la contropartita ministeriale, cosa viene promesso e poi veramente dato. Cesa non è stato soddisfatto dell’ offerta Fantetti/Conte.

“Forse non hanno capito che senza di noi non cominciano neppure a contare…” dice un senatore centrista. Più convincente invece deve essere stato Berlusconi: si parla anche di una candidatura Udc in un importante comune del sud.  Fatto sta che il senatore De Poli a metà pomeriggio ha dichiarato che “l’Udc resta saldamente nel centrodestra e in Forza Italia”.  E’ il primo No ufficiale all’operazione-costruttori che apre quella che, per tutta la maggioranza, è la giornata della paura. Paura dei numeri al Senato.

L’outing di Calenda

Il secondo No, o meglio la seconda pedina importante che si è sfilata dall’operazione Costruttori è quella di Clemente Mastella. “Basta, questa trattativa non mi riguarda più, ci sono giochi strani sul buon nome di alcune persone” ha detto il sindaco di Benevento da una decina di giorni coinvolto in prima persona nella partita costruttori “per stima nei confronti di Conte e per il bene del paese che ha bisogno di stabilità per andare avanti”. Giuseppe Conte come leader della nuova Dc. Illumimante, a questo punto, ricordare come Conte sia andato un anno e mezzo fa come protagonista di una sorta di congresso Dc dalla parti di Avellino e come da mesi i centristi, da Rotondi a Tabacci, vedano il lui il nuovo Aldo Moro. Parecchi cardinali seguono con “grande interesse” e “parechie telefonate” le fasi di queste settimane.

Ieri mattina però questa “narrazione” è stata bucato con uno spillo. Carlo Calenda ha comunicato via social di “aver ricevuto un’offerta da Clemente Mastella: “Dai due voti a Conte al Senato e noi, i Pd, ti appoggia per la candidatura di sindaco a Roma”. Il leader di Azione ha ritenuto giusto e doveroso  raccontare questa sua esperienza. In pratica un fiammifero in un deposito di benzina. Il venir meno di Mastella come referente della partita Responsabili è una doccia fredda perchè il sindaco di Benevento ci mette esperienza e tattica.

Con una mossa sola Calenda ha messo a nudo i Responsabili che non hanno mai piacere di essere troppo visibili specie prima di chiudere la partita. E ha messo in difficoltà il Pd che ha ha iniziato a fibrillare. Franceschiniani e Base riformista più disponibili a trattare con Renzi insospettiti da Conte, dai sondaggi e dal rischio che il Pd diventi una forza solo di sinistra. Zingaretti e tutta la  segreteria fermi a due giorni fa quando sembrava essere arrivata  l’occasione perfetta per sbranarsi una volta per tutte di Matteo Renzi. Di sicuro ieri Zingaretti è tornato ad insistere sul merito, sul programma, sul rimpasto, nuova agenda e nuova squadra. Come fa da mesi. Insieme a Renzi. 

Una partita a scacchi

“Tra Conte e Renzi è in corso una partita a scacchi che non finisce martedì “ spiega un ministro contiano. Anche nel M5S la fibrillazione è altissima. Vito Crimi e Alfonso Bonafede, dopo aver riunito i direttivi di Camera e Senato, ribadiscono la loro compattezza attorno a Conte e il No a Renzi. Ma in una fronda del Movimento, che fa capo a Di Maio, crescono i dubbi sul veto totale ad Iv.  Qualche grillino sta consigliando  Conte di tenere un'informativa e non delle comunicazioni, evitando così il voto. “Se ottiene dieci voti in meno di 161 il centrodestra farà fuoco e fiamme” è il terrore nei 5 Stelle che si una cosa sono compatti: non andare a votare. Un altro suggerimento a Conte è quello di andare alla Camera, incassare la fiducia e poi salire al Quirinale per aprire tecnicamente la crisi. Evitare proprio il Senato. Passare la parola al Presidente della Repubblica. 

Conte non cambia i suoi piani   

Ma Conte non cambia piano. Andrà in aula per ottenere anche solo una maggioranza relativa e poi aprire il tavolo per il programma da governo e anche il rimpasto. Spostare più avanti nel tempo la costruzione di una maggioranza solida.  Ieri è stata giornata di manuali di storia parlamentare in cerca di precedenti di governi di minoranza. O maggioranza relativa. C’è il Fanfani II del 1958-59 (la fiducia iniziale ebbe 4 voti in meno di quella assoluta, alla Camera). Il D'Alema II del 1999-2000, che alla Camera incassò 310 Sì e non 315. Tutti presupposti che inducono Conte a guardare con ottimismo alla prova dell'Aula.

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