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Claudio Marchisio, lotta al razzismo: «Gli insulti non sono tutti uguali»

Venti giorni fa, al Festival dello Sport di Trento, l’ex difensore Liliam Thuram ha chiesto ai calciatori bianchi di non rimanere in silenzio nel caso assistano ad episodi di razzismo. Poche ore dopo, un po’ come provocazione, Marco Materazzi ha replicato che quando dagli spalti si beccava cori offensivi, nessuno dei suoi colleghi era mai intervenuto. Un paragone che ha fatto molto discutere, oltretutto alla luce degli ultimi gravi avvenimenti in Serie A. «Confondere i due piani è un grosso errore», ci ricorda Claudio Marchisio a margine di un evento di RED, brand dello storico calzificio Re DePaolini di cui è testimonial. «Un conto è l’offesa personale (pur becera che sia e ovviamente da condannare), un altro è l’attacco a sfondo discriminatorio».

Insomma, il razzismo resta un problema serio nel calcio.


«Il paradosso incredibile è vedere una tifoseria che si scaglia contro un avversario di colore con insulti discriminatori. Poi magari ha un attaccante di colore che fa quindici gol e diventa un beniamino. I riflettori dello sport mettono in evidenza questi episodi, ma il razzismo è ovunque: nelle strade delle nostra città, dell’Europa, degli Stati Uniti, non possiamo negarlo».

Come è possibile combatterlo (e sconfiggerlo)?


«L’unico modo è insegnare il rispetto partendo dalle scuole. D’altronde i bambini, da piccoli, stanno insieme e giocano senza divisioni di nessun tipo. A volte, purtroppo, crescendo succede qualcosa: serve quindi un’integrazione trasversale, che coinvolga tutti i settori. E forse anche noi adulti dovremmo riguardare ogni tanto i più piccoli».

Episodi di razzismo a parte, come valuta questa Serie A?
«Io vedo favorite le milanesi e l’Atalanta perché hanno più equilibrio da due anni a questa parte. Poi certo anche il Napoli è un’ottima squadra che lotterà fino alla fine, senza dimenticare la Juventus, la Roma e la Lazio. Credo che sarà un bel campionato, con grande equilibrio».

A proposito di Juventus, come valuta il momento non proprio brillante?


«È partita con mezzo piede, però ha la forza per ritrovare presto la strada giusta e provare a lottare nei piani alti: i recenti risultati positivi hanno restituito fiducia al gruppo. E quei giocatori, con la storia che hanno, possono ritrovare quel tipo di strada con maggior semplicità. Potrebbe diventare un problema, invece, se questi stessi giocatori si ritrovassero a lottare per posizioni più basse, non ci sono abituati».

Vede suoi eredi sulla mediana bianconera? Si fa spesso il nome di Manuel Locatelli.
«Sinceramente non ci ho mai pensato. Ora che la Juventus sta vivendo un periodo complicato, è normale si facciano paragoni con il passato, ma ogni giocatore ha una sua identità. Anche a me, da ragazzo, mi affiancavano a Marco Tardelli, ma io non aspiravo a diventare lui: non certo perché non fosse stato un grande campione, ma perché volevo diventare un centrocampista con le mie caratteristiche. Inoltre va detto che il calcio, o meglio il modo di giocare, evolve rapidamente, quindi cambiano anche i giocatori: da quando ho iniziato io ad oggi c’è stato un bel salto».

Dalla Vecchia Signora alla Nazionale: è stata un’estate magica per lo sport azzurro, non solo calcio. C’è un’impresa che l’ha colpita particolarmente?


«Citarne una soltanto sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti di tutti gli atleti del mondo che, durante la pandemia, hanno attraversato settimane difficili dato che non potevano allenarsi. Va riconosciuto però una peculiarità di noi italiani: nei momenti di difficoltà, tiriamo fuori il meglio. Ce l’abbiamo nel dna e vale in tutti i campi».

Anche se la vittoria più bella sarà buttar giù le barriere del razzismo.