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Collezione Torlonia, già tutto previsto, scritto e pubblicato

E non ce ne eravamo accorti. Poche cose aiutano a capire l’oggi quanto la lettura, spesso casuale, dei giornali di ieri. Prendete il Corriere del 7 dicembre 1978. Pagina 9. Di spalla una grande pubblicità del Corriere dei piccoli e l’offerta di attici a «Milano 2». Di apertura un processo a un sequestratore playboy e il titolo «Contadina dilaniata da alani inferociti». E poi tutto intorno titolini sull’arresto in aula di un padre reticente sulla strage di Brescia, su un decreto Pedini per l’università, sulla libertà provvisoria a un noto ristoratore, su un guasto ai treni sulla Milano-Venezia e l’arresto di un truffatore: «Mezzo miliardo o avveleniamo il vostro aperitivo».

E al centro di questo collage, quasi sperso nel mucchio di notizie varie, cosa c’era? Un titoletto su tre colonne: «Miniappartamenti di lusso al posto del museo Torlonia». E lì Antonio Cederna spiegava la vergogna dell’abuso edilizio del principe Alessandro Torlonia che, ottenuta una licenza per rifare il tetto del suo museo personale contenente «la più importante collezione privata di arte antica del mondo» aveva ammassato tutti i 620 pezzi in tre stanzoni al pianoterra sostituendo le 70 sale espositive con 93 monolocali fuorilegge.

Dopodiché, raccontato lo stupro, il grande giornalista denunciava i silenzi della politica e del ministero dei Beni Culturali (affidato a un deputato calabrese per meriti correntizi) e invitava la Regione e lo stesso sindaco di Roma a «provvedere alla rimozione delle opere per conservarle in luogo sicuro» e «ad applicare le sanzioni amministrative previste delle leggi urbanistiche cioè una somma pari al valore delle opere abusivamente eseguite»...

L’allarme era forte e chiaro: «Nonostante qualche interrogazione in Parlamento nessuno si è mosso: il processo è imminente, c’è il rischio che il reato si estingua con l’amnistia e che il palazzo, fitti e collezione vengano restituiti al proprietario». Macché... «Lo scaricabarile di sempre», scriveva amareggiato: «Non è certo così che si sollevano le sorti del nostro patrimonio storico-artistico. Intanto, qualcuno potrebbe cominciare a fare i calcoli. Quanto può valere la disintegrazione di un museo di un simile calibro? In quanti miliardi può essere valutato il danno subito dalla collettività, che deve essere risarcito?» Le cose, come noto, finirono esattamente come il grande ambientalista temeva.

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