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Come la Cina esporta l’autoritarismo e come può reagire il mondo democratico

«La Cina non ha mai invaso o attaccato altri, non vuole diventare una potenza egemonica». Lo scorso 21 settembre il presidente cinese Xi Jinping è intervenuto in videoconferenza alla 76a Assemblea generale delle Nazioni Unite, rispondendo – indirettamente – al presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, che nel suo discorso aveva detto di non voler fomentare una nuova guerra fredda vendendo sottomarini nucleari all’Australia.

In una frase, Xi Jinping ha accusato le operazioni americane e ha rafforzato l’immagine del suo Paese nel quadro internazionale, legittimando i suoi comportamenti, dimostrando una presunta superiorità del modello cinese su quello delle democrazie occidentali.

È un atteggiamento ricorrente a Pechino, da tempo: l’obiettivo della Cina non è tanto fare proselitismo marxista-comunista o diffondere le idee del partito, quanto raggiungere un primato politico ed economico. Lo scrivono Charles Edel e David O. Shullman in una lunga analisi su Foreign Affairs: «Il Partito comunista cinese – si legge nell’articolo – non cerca il conformismo ideologico ma il potere, la sicurezza e l’influenza globale: Xi ha detto che considera il modello di governo illiberale della sua Cina superiore ai sistemi politici occidentali, e cerca di rendere popolare questa “saggezza cinese” in tutto il mondo come se volesse dare un “contributo all’umanità”».

Per questo motivo, spiegano gli autori dell’articolo, per rispondere alla sfida ideologica di Pechino, i Paesi che vogliono difendere la democrazia dovrebbero prestare attenzione a ogni azione della Cina sullo scacchiere internazionale.

A sostegno della sua tesi sulla superiorità del modello cinese, Xi Jinping può far leva sul successo economico della sua Cina, assunto come vero segnale che il benessere di uno Stato non passa necessariamente da istituzioni liberali e democratiche.

Già nel 2017, al 19° Congresso del Partito, Xi aveva affermato che il modello cinese offre «una nuova opzione per altri Paesi e nazioni che vogliono accelerare il loro sviluppo preservando la loro indipendenza». Un messaggio così immediato e chiaro, per quanto difficilmente condivisibile in molti Stati europei o negli Stati Uniti e in Canada, può essere molto attraente per i capi di Stato e di governo che sperano solamente di migliorare la condizione economica dei loro Paesi.

Infatti la Cina, si legge nell’analisi di Foreign Affairs, è impegnata su più fronti – e con diversi strumenti – per attrarre altri Paesi ed esportare il suo modello politico autoritario.

«Gli sforzi cinesi per minare la democrazia a livello globale si dividono in tre grandi categorie. La prima ha a che fare con i tentativi di plasmare la narrazione e la rappresentazione della Cina nei Paesi sviluppati. Dal Canada e dalla Germania, dall’Australia al Giappone, Pechino mira a mettere a tacere le voci critiche e ad amplificare quelle di persone e istituzioni che promuovono l’immagine di Pechino o una rappresentazione positiva della Cina», si legge nell’articolo.

Ovviamente Pechino non ha mai avuto problemi a usare metodi aggressivi, minacce e critiche in ogni forma. L’ambasciatore cinese in Svezia nel 2019 lo disse chiaramente: «Trattiamo i nostri amici con buon vino, ma per i nostri nemici abbiamo i fucili».

Infatti la Cina offre un accesso preferenziale al mercato a governi, istituzioni e imprese amichevoli, ma economicamente può ostacolare con forza tutti coloro che considera ostili ai suoi interessi. In più, in tutto il mondo minaccia i dissidenti cinesi e le loro famiglie; controlla gli studenti cinesi all’estero; tenta di mettere a tacere i discorsi accademici ritenuti offensivi per Pechino.

«La seconda categoria di azioni antidemocratiche – spiega Foreign Affairs – ha luogo nei Paesi in via di sviluppo, dove le élite sperano di emulare un sistema politico che ha permesso la trasformazione della Cina nella seconda economia mondiale. In un numero crescente di fragili democrazie, Pechino ha catturato piccoli gruppi di élite corrotte e li ha aiutati a centralizzare il potere isolandoli dalle richieste della società civile e dispiegando la tecnologia cinese per reprimere i loro cittadini e aiutarli a mantenere il potere a tempo indeterminato. È così che il Pcc sta esportando l’autoritarismo in tutto il mondo: non attraverso seminari sull’ideologia marxista, come hanno affermato alcuni analisti, ma attraverso una vasta gamma di attività antidemocratiche».

Non si tratta solo di ispirare i leader di altri Stati: Pechino fornisce gli strumenti, la formazione e le risorse che consentono ai decisori politici di ignorare le richieste dei Paesi democratici di buon governo.

«Questo tipo di azione è di fatto un’invasione politica mascherata, che permette allo Stato in questione di mantenere una vaga forma di sistema democratico mentre, dall’interno, ne vengono svuotate le istituzioni democratiche rendendo più difficile intuire, dall’esterno, la svolta autoritaria», si legge nell’articolo.

Poi c’è un’altra categoria di azioni antidemocratiche, la terza, che la Cina mette in campo per esportare il suo modello a base di autoritarismo: sono tutte quelle azioni volte a indebolire le istituzioni internazionali, con l’idea di crearne di nuove o modificare quelle esistenti, provando così a neutralizzare la pulsione liberaldemocratica che prevale nell’attuale ordine globale.

Da anni, infatti, Pechino usa il suo peso nelle agenzie delle Nazioni Unite per garantire l’allineamento istituzionale con le priorità cinesi: la Cina ha esercitato la sua autorità nell’Unione internazionale delle telecomunicazioni, ad esempio, per promuovere politiche che facilitino l’uso autoritario della tecnologia per reprimere i cittadini.

Più in generale, gli sforzi illiberali di Pechino minano la democrazia nel mondo sviluppato, in quello in via di sviluppo e nelle istituzioni internazionali: una minaccia che rischia di edificare un mondo sempre più antidemocratico, popolato da regimi legati a Pechino e indifferenti agli interessi degli Stati Uniti, dell’Europa e dei loro alleati.

In breve, Pechino non sta cercando di rifare il mondo a sua immagine: non bisogna pensare a un proselitismo in stile Unione sovietica, ma in maniera più cruda al tentativo di far convergere molti Stati verso i suoi interessi e rendere il mondo un posto più accogliente per un Paese profondamente autoritario.

È per questo che l’atteggiamento cinese rappresenta necessariamente una sfida e una partita da vincere al tavolo internazionale per le forze e le istituzioni democratiche.

«La priorità deve essere un forte sostegno ai media indipendenti e alla società civile, poi alle misure di contrasto di corruzione e riciclaggio di denaro, e agli investimenti in tecnologie che possono penetrare negli spazi digitali chiusi e conferire trasparenza ai processi politici. Insomma, le forze democratiche dovrebbero lavorare per offrire alternative concrete e valide alle tecnologie autocratiche e alle linee di credito opprimenti che la Cina sta vendendo in tutti i continenti», avverte Foreign Affairs, indicando l’iniziativa Build Back Better World dell’amministrazione Biden – un progetto del G7 che punta a fornire sviluppo infrastrutturale nei Paesi a basso e medio reddito per contrastare la Belt and Road Initiative della Cina – come un passo importante nella giusta direzione.

Inevitabilmente una grossa fetta di questo scontro si gioca anche presso le istituzioni internazionali: gli Stati Uniti e i loro alleati dovranno anche mantenere la leadership e l’influenza su ogni tavolo e ogni dossier che potrà dar forma al mondo economico e tecnologico del futuro.

«Allora in un momento in cui i governi sono alla ricerca di soluzioni rapide alle enormi sfide legate alla pandemia – è la conclusione dell’analisi di Foreign Affairs – il mondo democratico deve rafforzare le sue difese e respingere la Cina coltivando la democrazia sia in patria che all’estero, cooperando. Non farlo potrebbe mettere in pericolo l’attuale ordine internazionale e rendere il futuro un posto pericoloso per gli stessi valori democratici».

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