Italy

Con la Lega nel caos il governo non arriva fino al 2023, dice Giuseppe Conte

«Abbiamo grande energia in vista di questo voto». «Abbiamo proposte politiche forti a Napoli, a Bologna con il Pd, in Calabria e anche a Roma…». Il leader dei Cinque Stelle Giuseppe Conte rilascia un’intervista alla Stampa a pochi giorni dalle amministrative del 3 e 4 ottobre, con i grillini che non sembrano però avere grosse chance di vincere. Ma l’ex premier è pronto a scommettere anche su Roma e Virginia Raggi: «È partita con un’eredità difficile, ma gli ultimi sondaggi la danno in forte risalita».

Anche il centrodestra è in difficoltà, tanto che Giorgetti dice che a Roma il candidato migliore è Calenda, non Michetti. «Mi sembra chiaro che la proposta del centrodestra non sia molto competitiva», ammette Conte. «La Lega, poi, è in confusione totale, ha una conflittualità interna che mi preoccupa molto».

E sul caso Morisi, il guru social di Salvini indagato per una vicenda di droga, Conte risponde: «La vicenda personale non posso giudicarla, lasciamo che l’inchiesta faccia il suo corso. Certo Morisi è stato interprete del salvinismo più aggressivo, che andava a citofonare in giro e rincorreva l’immigrato di turno, alimentando le paure nel Paese. Sorprende come il leader della Lega applichi un metro di valutazione indulgente nei confronti degli amici, rispetto a quanto fatto con gli avversari in passato. Questo non è accettabile da parte di chi ha una responsabilità politica, serve uniformità di giudizio. Comunque, è un ulteriore elemento che si aggiunge al caos leghista e queste fibrillazioni possono far male al governo».

E se Salvini uscisse dalla maggioranza? «Potrebbe anche uscire, perché i numeri in Parlamento ci sono, ma credo non sia auspicabile un rafforzamento dell’opposizione in questa fase delicata, mentre attraversiamo il guado. Spero che la Lega si chiarisca le idee, non può dire una cosa e il suo contrario nella stessa giornata». Anche perché, «con questa maggioranza e questi problemi mi sembra improbabile arrivare al 2023».

Quanto alla questione del Quirinale, invece, «ci sono tante variabili da considerare e ne parleremo in prossimità della scadenza».

Poi Conte annuncia che dopo la tornata elettorale inviterà i leader dei partiti a confrontarsi sulle riforme istituzionali: «Non possiamo fare una riforma completa, ma due o tre cose sono necessarie. La previsione di una sfiducia costruttiva in caso di crisi di governo, la modifica dei regolamenti parlamentari per evitare i passaggi da un gruppo all’altro nella stessa legislatura, il potere del presidente del Consiglio di revocare i ministri, serve un meccanismo di stabilizzazione della figura del premier».

Sul governo Draghi, invece, «piuttosto che dare voti, mi concentro sulle cose da fare. Questo governo deve portare il Paese fuori dalla pandemia e mettere a terra i progetti del Pnrr. Sta lavorando, ma può fare di più». Ad esempio? «Abbiamo i vaccini e abbiamo il Green pass, è il momento di aprire cinema e teatri al 100%, ci vuole più coraggio per coprire l’ultimo miglio. I limiti di capienza si possono far saltare, mi pare che anche dal Cts arrivi un orientamento positivo, serve una decisione politica».

Il Piano di ripresa e resilienza, «nato da una nostra bozza», precisa Conte, «va completato coinvolgendo di più i cittadini sulla transizione ecologica e digitale, non decidendo solo con le imprese: i ministri devono chiarire meglio la direzione che si intende prendere. Ne ho parlato con Cingolani quando ci siamo visti, un incontro proficuo che replicheremo».

Conte, poi, dice no al nucleare: «Non è all’orizzonte». E sostiene che la cifra stanziata per tamponare il caro bollette «non basterà». E invece dice sì al salario minimo: «Certo, va fatto, dobbiamo discuterne insieme, anche con la contrattazione collettiva, e arrivare a istituirlo: non è accettabile che ci siano oltre 4 milioni di lavoratori con salari ridicoli. Poi bisogna tagliare l’Irap per semplificare la vita alle imprese e rendere strutturale la decontribuzione per le aziende del Sud, che abbiamo lanciato con il Conte 2 e ha portato 580mila nuovi occupati».

E sul reddito di cittadinanza, dice: «Sono contento che anche Draghi abbia difeso lo strumento, che per noi è uno dei capisaldi di questo governo. Dobbiamo migliorarlo, creando un network che metta insieme Anpal, centri per l’impiego e agenzie interinali private. E coinvolgendo meglio i comuni, perché i progetti lavorativi sono loro. Tutti i percettori di reddito con cui ho parlato mi hanno chiesto dignità sociale, vogliono lavorare».

Su quota cento, firmata anche da Conte alla guida del governo gialloverde, ammette che non ha funzionato: «È una misura che costa molto e, nonostante il finanziamento, ha tirato poco, senza un grande gradimento da parte dei cittadini. Era un esperimento triennale, non ha funzionato e ne prendiamo atto. La soluzione più ragionevole ora è superarla con l’estensione dell’Ape sociale, allargando la platea dei lavori gravosi».

E ammette anche l’errore anche sui decreti sicurezza: «Di quei decreti ho criticato già all’epoca la parte sull’immigrazione, col senno di poi avrei dovuto contrastare con più forza la modifica della protezione umanitaria, che ha prodotto più insicurezza, lasciando tante persone per strada. Ho cercato di farlo capire a Salvini in tutti i modi, non ce l’ho fatta. Resta la mia critica al modo di affrontare il tema dell’immigrazione da parte dell’allora ministro dell’Interno, enfatizzando il problema e dando la caccia all’immigrato, dicendo “qui non sbarca nessuno” e poi sbarcavano dopo qualche giorno. La politica è una cosa più seria, non si fa con i proclami in tv».

Ma dopo l’accoglienza di Draghi da parte di Confindustria, cosa che a Conte non era successa, dice: «Non era successo, anche se siamo stati il governo che ha tagliato di più le tasse e aiutato di più le imprese. Credo che gli imprenditori siano stati un po’ ingenerosi, ma dormo lo stesso la notte. Preferisco la gratificazione che ricevo da parte dei cittadini, un segno di riconoscenza che apprezzo di più».

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