Per governare l’Italia, il premier deve guidare un esecutivo che goda della fiducia di entrambi i rami del Parlamento, ossia Camera e Senato. Lo prevede l’articolo 94 della Costituzione. In questa legislatura, per ottenere la maggioranza assoluta, occorrono 315 voti alla Camera (almeno finché non verrà sostituito l’ex deputato del Pd Pier Carlo Padoan) e 161 al Senato.

Un governo è definito di minoranza se non può contare su una maggioranza assoluta, bensì relativa, dovuta alle astensioni di alcuni deputati o senatori al momento del voto (come è appena avvenuto con Italia viva). Il problema principale, però, riguarda il prosieguo della legislatura: per governare, infatti, l’esecutivo ha comunque bisogno di una maggioranza sia nelle commissioni parlamentari sia nelle Aule durante le votazioni. Pertanto un governo di minoranza ha possibilità di restare in vita se le opposizioni non sono ostruzioniste, ma “responsabili”.

La storia italiana conta diversi governi di minoranza. Nella prima Repubblica, con il predominio della Dc, era una pratica piuttosto diffusa insediarsi senza disporre dei numeri necessari e per un po' andare avanti, contando o sull'astensione o sull'assenza (anche per abbandono dell’Aula) di un numero decisivo di parlamentari.

Il primo fu guidato da Giuseppe Pella, già ministro delle Finanze e poi al Tesoro nei governi De Gasperi. Il presidente della Repubblica Einaudi gli conferì l'incarico con l’esplicito mandato di approvare la legge di bilancio, che all'epoca si doveva varare entro il 30 ottobre. Lui lo fece, rimase in carica dal 17 agosto al 18 gennaio 1954 e poi si dimise. Dopo il record negativo di Amintore Fanfani, che durò appena 23 giorni, si arriva al 1963 quando avviene il passaggio della premiership da Leone a Moro. A luglio Giovanni Leone forma il suo primo governo che riceve solo 255 voti alla Camera e 133 al Senato. Risulta decisiva l'astensione di Psi, Psdi e Pri che però entrarono a pieno titolo nel successivo Moro I a dicembre dello stesso anno.

Nell'agosto 1976 Giulio Andreotti vara il suo terzo governo, quello della non sfiducia, che ottiene appena 136 voti al Senato e 258 alla Camera. Non si opposero Pci, Psi, Pli, Pri, Psdi. Quell'esperienza si concluse nel marzo 1978 con il passaggio di Pci, Psi, Pri, Psdi dalla non sfiducia all'appoggio esterno, il tutto durante i tragici giorni del sequestro Moro.

Anche Berlusconi nel 1994 guida un governo di minoranza. A maggio, il fondatore di Forza Italia si insedia senza avere la maggioranza assoluta al Senato: appena 159 sì (366 alla Camera). Tra questi i senatori a vita Agnelli, Cossiga e Leone. Si astenne Spadolini, ancora scottato dalla sconfitta per un solo di voto di scarto nella battaglia contro Carlo Scognamiglio per la presidenza del Senato. Berlusconi cade dopo pochi mesi, quando la Lega di Bossi gli leva l’appoggio.

Nel gennaio 1995 Lamberto Dini diventa premier, mandando all'opposizione Fi, An e Ccd, ma anche lui, dopo il Berlusconi I, è senza maggioranza assoluta, stavolta alla Camera. Gli votano la fiducia 191 senatori e solo 302 deputati. Si astennero in 270, tra cui lo stesso Berlusconi.

Il governo D'Alema II ottiene nel dicembre 1999 la fiducia di 177 senatori e solo 310 deputati. Si astennero i socialisti di Boselli e Giorgio La Malfa. Rimase in carica per 126 giorni, ovvero 4 mesi e 4 giorni.