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Contro le ingiustizie, parliamo di economia e non di battaglie identitarie

Il processo a Derek Chauvin è uno dei temi caldi del momento: l’ex poliziotto, accusato di aver ucciso George Floyd a Minneapolis lo scorso maggio, da giorni è tornato sulle pagine dei giornali, cartacei e digitali. Attira l’attenzione di tutta l’opinione pubblica negli Stati Uniti, e in misura minore anche nel resto del mondo.

Ma in questa delicata fase storica, segnata da una crisi profonda e molto diversa da quelle più recenti, le criticità di carattere strettamente sociale passano in secondo piano rispetto a quelle economiche. È la tesi di un articolo del Financial Times firmato da Simon Kuper.

L’opinionista si spiega con un esempio pratico: «Il campo di battaglia per frenare il cambiamento climatico e garantire la giustizia etnica americana è in realtà la spesa pubblica del governo. Il processo all’ex poliziotto di Minneapolis è certamente più emotivo, ma avrà un impatto minore sulla società e sulle conseguenze di questa fase di transizione». Non solo da un punto di vista economico, anche sociale: «Il motivo principale per cui gli afroamericani muoiono in media sei anni prima dei loro compatrioti non è la violenza della polizia ma la povertà, che la proposta di legge di Biden taglierà drasticamente».

La proposta di legge citata da Kuper è l’American Rescue Plan Act, il piano economico dell’amministrazione Biden del valore di mille e novecento miliardi di dollari per realizzare sia un’economia più verde sia la giustizia etnica: il piano infatti contiene anche proposte per rimuovere il piombo dall’acqua potabile nelle città a maggioranza afroamericana, come Flint nel Michigan, o gli straordinari e i benefit per gli operatori sanitari e chi offre servizio di cura, che negli Stati Uniti è una forza lavoro offerta soprattutto dalle donne afroamericane.

Allora l’articolo del Financial Times invita a una riflessione sulla necessità di concentrare l’impegno sulle battaglie davvero prioritarie in un momento di transizione economica tanto delicato: può essere letto un’accusa alla cultura woke delle nuove generazioni e alle battaglie sociali che vogliono intraprendere, ma è soprattutto un invito a remare tutti nella stessa direzione.

«Se scopri di provare in uno stato di sovraeccitazione per il caso Meghan Markle contro la famiglia reale britannica, per la statua di Winston Churchill o altre questioni simili, allora probabilmente rimarrai intrappolato in questa diatriba sociale sull’identità. La questione centrale a cui tutto il mondo dovrebbe prestare attenzione è, a questo punto, quella riassunta dalle parole immortali dell’ex consulente politico democratico James Carville dei tempi di Clinton: “È l’economia, stupido”», scrive Kuper.

Gli Stati Uniti rappresentano perfettamente questo fraintendimento. Il piano economico di Biden è stata una grande vittoria politica, per l’amministrazione e per il Partito democratico. Ma non è una vittoria definitiva: il presidente americano spera di aggiungere un altro pacchetto di investimenti a più lungo termine, dedicato principalmente alle infrastrutture, di 3 trilioni di dollari.

Messo insieme all’American Rescue Plan Act significherebbe una spesa prossima a un quarto del prodotto interno lordo del Paese, molto di più dei programmi “Great Society” di Lyndon Johnson e delle spese militari negli anni ‘60.

Ecco il punto, scrive Kuper: «Puoi essere un oppositore delle proposte di legge di Biden e sostenere che non raggiungeranno i loro obiettivi, o che causeranno inflazione. Ma questo è il dibattito che conta. Essere ossessionati dai tweet e dalle guerre culturali ora è intellettualmente disonesto».

Anche nel resto del mondo la crisi sanitaria è stata presto affiancata da quella economica. Ma le conseguenze di quest’ultima sembrano destinate a durare più a lungo: nei prossimi mesi – in un periodo più o meno lungo, in base alla rapidità delle campagne di vaccinazione – anche gli Stati membri dell’Unione europea avranno vaccinato la maggior parte della loro popolazione.

A quel punto però bisognerà trovare una strada per la ripresa economica, per uscire dalla peggiore recessione dagli anni ‘30. Anche qui ovviamente i vertici della politica stanno mettendo in campo tutte le energie possibili per cercare una soluzione efficace, a partire dal Next Generation Eu.

Ma il quadro è più ampio di così. In tutti i continenti, i Paesi a basso reddito probabilmente registreranno più morti per la crisi economica che per gli effetti diretti del Covid-19.

D’altronde durante la pandemia è aumentato il numero di persone che vivono in povertà: erano 124 milioni di persone lo scorso anno, concentrate per lo più in Asia meridionale, secondo le stime degli economisti della Banca mondiale. È il primo aumento della povertà globale dal 1998. E si prevedono nuovi aumenti quest’anno.

«Nonostante tutto, anche adesso, molte persone preferiscono ancora discutere di problemi di identità. La scorsa settimana gli americani hanno fatto lo stesso quantitativo di ricerche su Google per i termini woke ed “economia”, e il termine woke comunque superava “infrastruttura”. Questa ossessione per l’identità è narcisistica, in un certo senso», si legge nell’articolo del Financial Times.

Uno dei problemi nel focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica, scrive il quotidiano economico, è che i discorsi identitari sono più intuitivi, più semplici da capire e condividere. L’economia no, è più complessa: uno studio dello scorso anno condotto dall’Office for National Statistics del Regno Unito, solo il 47% dei 1.600 intervistati britannici era stato in grado di dire cos’è il prodotto interno lordo.

L’attuale mancanza di dati e di argomentazioni scientifiche quando si parla di identità è spesso intenzionale. La spiegazione si può trovare nel modo di fare della maggior parte dei politici populisti. «Setacciano le notizie alla ricerca di un oltraggio da sveglia – in un grande mondo, ce n’è sempre uno – e poi passano la giornata a parlarne. È un fenomeno antico, spiegato dal sociologo Stanley Cohen nel 1972: un tentativo conservatore di suscitare un panico morale su un gruppo di giovani definiti “demoni popolari”», scrive Kuper.

Ma adesso, in una fase così delicata, in un momento di transizione economica, politica, sociale, c’è bisogno di indovinare prima di tutto la scelta del campo di battaglia. Per ora, è l’economia.

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