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Corea del Nord, Kim ha perso la battaglia del grano

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PECHINO La Nord Corea di Kim Jong-un ha sprecato la grande occasione di concludere un accordo con Donald Trump e ora, quasi ignorata da Joe Biden, ha perso anche la battaglia del grano. «La situazione alimentare per il popolo è tesa e peggiora, il settore agricolo ha fallito l’obiettivo nella produzione di cereali», ha ammesso il Maresciallo, parlando al Comitato centrale del Partito dei lavoratori. La colpa sarebbe dei tifoni che l’anno scorso hanno colpito il Paese dopo una siccità straordinaria e delle misure contro la pandemia, che hanno costretto a chiudere la frontiera con la Cina soffocando l’unica rotta commerciale praticabile.

Il discorso di Kim rispecchia le analisi fatte all’estero sulle difficoltà di Pyongyang. Secondo la Fao, se il deficit nel raccolto non sarà colmato con importazioni e aiuti internazionali, tra agosto e ottobre la popolazione affronterà una crisi alimentare grave. Nel 2020 è mancato un milione di tonnellate di approvvigionamenti: significa che i nordcoreani hanno avuto 445 calorie in meno al giorno rispetto alle 2.100 raccomandate dall’Onu. Quest’anno mancheranno 1,35 milioni di tonnellate di alimenti, secondo l’agenzia sudcoreana che monitora il Nord.

Kim già ad aprile aveva evocato la necessità di intraprendere una «Ardua marcia per alleviare la situazione delle masse». Quell’espressione entrò nel linguaggio del regime negli Anni 90, quando la carestia uccise centinaia di migliaia di persone. Non sembra che la crisi attuale sia paragonabile a quella di allora, ma le organizzazioni umanitarie avvertono che 10 dei 25 milioni di nordcoreani sono cronicamente malnutriti.

Aveva grandi piani economici (oltre che missilistici) Kim, quando ereditò il potere dal padre nel 2011: «Il nostro popolo non dovrà più stringere la cinghia», proclamò. Dieci anni dopo, ha ammesso che il piano di sviluppo economico «ha dato pessimi risultati in quasi tutti i settori».

Il colpo più duro, oltre alle alluvioni dei campi, è stato auto inflitto: la Nord Corea, sigillando per la pandemia la frontiera con la Cina, ha rinunciato agli scambi economici con il mondo esterno, già ridotti a causa delle sanzioni varate nel 2016 e 2017 per punire il regime che continuava a lanciare missili e fare test nucleari. Nel 2015 l’interscambio commerciale con la Cina valeva 6 miliardi di dollari all’anno; nel 2019 era calato a 2,8 miliardi e l’anno scorso si è ridotto a un rigagnolo di 540 milioni. Non c’è da aspettarsi una ripresa, perché Kim ha detto che l’isolamento contro il coronavirus deve continuare (evidentemente non si fida neanche della campagna di vaccinazioni in corso a Pechino).

La propaganda invita la popolazione a riciclare ogni materiale, dalla plastica alla stoffa, la carta, il vetro. Mancano anche i fertilizzanti chimici per i campi e, secondo Radio Free Asia, ai contadini è stato ordinato di fornire alle fattorie statali due litri di urina al giorno. Forse sono solo voci, ma il regime a maggio ha annunciato che centinaia di adolescenti orfani si sono offerti volontari per lavorare in miniera e nei campi e «ripagare anche solo la milionesima parte dell’amore che ha dato loro il Partito».

Andrei Lankov, professore russo basato a Seul, esperto di questioni nordcoreane, dice che per rilanciare il settore agricolo Kim sta tornando alla pianificazione centralizzata sul vecchio modello sovietico. La storia dell’Urss (e della Nord Corea sotto il nonno e il padre di Kim) ha insegnato però che il sistema delle aziende statali collettivizzate, che portavano il raccolto all’ammasso, non ha mai spinto i contadini a lavorare meglio e di più. Osserva Lankov: «I contadini dell’Urss dicevano: il Partito finge di pagarci, noi fingiamo di lavorare».

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