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Coronavirus, all’ospedale in Fiera a Milano i primi due pazienti. Il coordinatore delle Rianimazioni: “Qui zattera di salvataggio”

Viaggio al Covid Hospital realizzato alla Fiera del capoluogo milanese. I primi due malati sono stati ricoverati nel modulo numero 1 con sei letti di terapia intensiva. Al momento sono 53 quelli operativi. "Se ora qualcuno mi chiama perché ha da fare un ricovero in terapia intensiva, al posto di dirgli di attendere potrò dirgli di andare alla Fiera", dice Antonio Pesenti, primario di Rianimazione al Policlinico e coordinatore delle terapie intensive in Lombardia

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“Il mio obiettivo è arrivare a prendere a schiaffi questo virus, dopo mesi nei quali il Covid-19 ha aggredito vari continenti”. Nino Stocchetti, professore di Anestesia e Terapia Intensiva dell’Università di Milano e medico del Policlinico, è il primario dell’ospedale Covid in Fiera. Ieri qui sono arrivati i primi due malati. Sono stati ricoverati nel modulo numero 1 con sei letti di terapia intensiva. Al momento sono 53 quelli operativi. Poche ore prima siamo entrati nell’ospedale per vedere come stanno realmente le cose. Lo avevamo fatto il 16 marzo, quando al padiglione 2 era stato montato il primo modulo, poi modificato. Ci eravamo tornati il 28 marzo osservando i lavori completati. Ci siamo rientrati ieri, dopo le opere di sanificazione.

“E’ un’importante zattera di salvataggio – spiega il professor Antonio Pesenti primario di Rianimazione al Policlinico e coordinatore delle terapie intensive in Lombardia –. L’ospedale sarà utile, perché se ora qualcuno mi chiama perché ha da fare un ricovero in terapia intensiva, al posto di dirgli di attendere potrò dirgli di andare alla Fiera. Noi gestiamo 1.400 posti di terapia intensiva, con la Fiera non li svuoteremo di certo”. La “zattera”, però, è pronta e in tempi record. È costata 15 milioni. Conto a carico di privati.

Entrati, troviamo il professor Stocchetti con il personale riunito nella sala che sarà usata per la formazione di medici e infermieri. “Sarà un ospedale dedicato alla cura e alla ricerca per sconfiggere il virus – ci spiega –, qualcosa di diverso rispetto agli ospedali da campo e con una prospettiva che va oltre la fase 1 dell’emergenza”. Percorriamo il corridoio a ferro di cavallo. Entriamo nello spazio della vestizione. Doppi guanti, calzari, tute di plastica, visiere, mascherine. Oltre c’è l’area rossa e il primo modulo. Ecco le terapie intensive. Stocchetti parla con entusiasmo. “A vedere tutto questo viene voglia di iniziare subito a lavorare”. Sarà. Di certo il lavoro, per come ci viene illustrato, non tranquillizza affatto. Alla destra dei letti ci sono i ventilatori. Tutto va calibrato, perché l’aria che entra nei polmoni “accartocciati” dei pazienti deve avere la giusta temperatura e la giusta umidità, altrimenti si rischia di creare tappi di catarro che ostruiscono i bronchi. Sopra i letti le prese per l’ossigeno, l’aria compressa, il vuoto per gli aspiratori. A sinistra il monitor, poco dietro cinque piccoli infusori per gestire cibo e medicinali da somministrare. Di fronte ai sei letti, la postazione degli infermieri. “Avremo – spiega Stocchetti – un infermiere per due pazienti, e un rianimatore ogni tre”. I letti occupati aumenteranno con l’andare dei giorni. Domani, se tutto va bene, ne sono attesi altri dieci. Stocchetti prosegue: “Quando i malati arrivano non sono in grado di respirare da soli, li facciamo respirare noi. Il primo obiettivo è normalizzarli”. Il che significa dare la giusta miscela di ossigeno, controllare il cuore ed essere pronti per le criticità. “Una di queste – racconta il professore – è il sanguinamento”. Per evitare trombosi ed embolie il sangue viene tenuto poco denso con l’eparina. Ciò significa che per ogni ferita esterna si rischia che il sangue inizi a zampillare. A fianco c’è uno strumento per controllare la trachea durante l’intubazione. Potrà essere usato nel caso il tubo esca durante le manovre per mettere a pancia in giù i pazienti. “È un’operazione delicata, spesso i pazienti oltre che anziani sono obesi”. Bisogna essere in quattro, ed è necessario che i medici possano passare da un modulo all’altro senza cambiarsi. Particolare oggi impossibile ma che sarà aggiornato al padiglione 1.

Per monitorare i parametri vitali una macchina analizza il sangue restituendo i livelli di ossigeno, zucchero e altri elementi. Questi dati vengono rimandati nei pc collocati in un’area di crisi dove i medici li analizzano sia in chiave terapeutica sia in chiave di ricerca. Il monitoraggio dei pazienti permetterà di trasformare l’ospedale in uno dei centri di ricerca Covid più avanzati. Stesso concetto che il professor Stocchetti intende applicare all’uso della Tac posta a pochi metri dai degenti. Il macchinario sarà usato per monitorare l’andamento del virus negli organi. “Il fatto che coinvolga l’olfatto ci fa pensare che possa intaccare la parte neurologica”. Il lavoro riguarderà virologi e infettivologi del Policlinico chiamati a partecipare alle riunioni delle 7.30. Obiettivo: la terapia. Ora si usano due medicinali certi: l’eparina e la clorochina. Insomma, la zattera di salvataggio è pronta.

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