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Coronavirus, Cartabellotta: "L'Italia ha pagato molto caro il prezzo dell’impreparazione"

L'epidemia di Covid-19 ha impattato sul sistema Italia in modo epocale, smascherando alcune debolezze del nostro sistema sanitario. Finita l'emergenza sarà necessario rileggere la cronaca di questi giorni anche alla luce di quanto la pandemia non abbia trovato adeguate risposte. Sulla linea del fronte gli operatori sanitari si sono trovati a combattere un nemico invisibile spesso privi di adeguate misure di protezione personale come certificano i dati dei sanitari contagiati dal coronavirus forniti dalla Fondazione Gimbe. 

Con Nino Cartabellotta, medico chirurgo e presidente della fondazione che dal 2010 si batte per aumentare la qualità dell’assistenza sanitaria, abbiamo cercato di ricostruire come siamo arrivati a fronteggiare questa minaccia che se, da un punto scientifico è totalmente nuova, affonda in alcune dolorose premesse. 

Presidente, le leggo alcuni dati resi noti dall'Istat in merito al nostro Servizio sanitario nazionale. Tra il 2010 e il 2017 (ultimo anno con dati disponibili) si registra una riduzione del personale pari a 42.861 unità (-6,7%). Su 603.375 unità di personale, i medici erano 101.100 (-5,9% rispetto al 2010) e il personale infermieristico 253.430 (-3,9%). Contestualmente dal 2010 al 2018 il numero di posti letto è diminuito in media dell'1,8%. Ovviamente ci sono grosse differenze regionali.​ È necessario ripensare al nostro sistema sanitario nazionale?

"Il nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è una conquista sociale irrinunciabile, da preservare alle future generazioni. Purtroppo negli ultimi 10 anni il finanziamento pubblico al SSN è stato decurtato di oltre € 37 miliardi, di cui circa € 25 miliardi nel 2010-2015 per tagli conseguenti a varie manovre finanziarie ed oltre € 12 miliardi nel 2015-2019, quando alla sanità sono state destinate meno risorse di quelle programmate per esigenze di finanza pubblica.

nino cartabellotta gimbe-2

A fronte di questo imponente definanziamento pubblico, scaricato prevalentemente sul capitale umano, si è preteso di garantire un “paniere” di prestazioni sanitarie talmente ampio che dopo più di 3 anni i nuovi Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) sono ancora al palo per mancata approvazione del “decreto tariffe” sulle prestazioni ambulatoriali e di protesica. Nel frattempo persistono sprechi e inefficienze e avanza indisturbata l’intermediazione finanziaria-assicurativa, travestita elegantemente da quel “secondo pilastro” che alimenta il consumismo sanitario e favorisce la privatizzazione. Aumentano le diseguaglianze, in particolare la forbice tra Nord e Sud come documentano i flussi della mobilità sanitaria, e i rapporti Governo-Regioni ulteriormente destabilizzati dalle istanze di regionalismo differenziato sono ben lontani da quella “leale collaborazione” a cui è affidata la tutela della nostra salute. Last but not least, cittadini e pazienti sono sempre più bramosi di prestazioni sanitarie, ma poco inclini a modificare i propri stili di vita".

Oggi è stata una giornata tragica per il personale sanitario e dall'inizio dell'epidemia sono 39 le vittime tra i medici. Il numero dei contagiati parla di migliaia di sanitari con Covid. La mancanza di mascherine è sufficiente a spiegare questa tragedia? Sono da ripensare i protocolli?

"Nel nostro Paese, dall’inizio dell’epidemia di COVID-19 sono oltre 6.200 i professionisti sanitari che hanno contratto un’infezione da coronavirus, ovvero il 9,15% dei casi totali in Italia. Un numero enorme, una percentuale più che doppia rispetto allo studio di JAMA pubblicato sulla coorte cinese (3,8%). È evidente che le attuali raccomandazioni per la protezione degli operatori in prima linea a combattere l’emergenza risultano fortemente inadeguate.

La situazione è molto allarmante per due ragioni: da un lato se si ammalano medici, infermieri e altri professionisti e operatori sanitari in prima linea, sia in ospedale che sul territorio, in questa emergenza il servizio sanitario non potrà assicurare l’assistenza alla popolazione. Dall’altro professionisti sanitari contagiati rischiano di veicolare l’infezione ai pazienti, in particolare a pazienti fragili e affetti da comorbidità, che sono il bersaglio prediletto per le complicanze della COVID-19, peggiorando il quadro clinico e aumentando la mortalità.

Per tale ragione la Fondazione GIMBE invita tutte le Regioni, sulla scia di quanto già deliberato in Emilia Romagna e Calabria, a mettere in priorità assoluta l’esecuzione di tamponi a tutti gli operatori sanitari, sia in ospedale, sia sul territorio, con particolare attenzione ai professionisti coinvolti nell’assistenza domiciliare e nelle residenze assistenziali assistite, oltre che in case di riposo.

Inoltre occorre rifornire urgentemente le strutture sanitarie di tutti i dispositivi di protezione individuali secondo la logica del “whatever it takes”: se vogliamo vincere questa guerra è fondamentale prendersi cura di chi si prende cura".

È ormai appurato che il numero di "nuovi casi di coronavirus" rappresenti solo la punta dell'iceberg del contagio. C'è tuttavia un numero ben più tragico, quello delle vittime. Ma anche in questo caso è possibile che il numero fornito dalla protezione civile sia in difetto e non tenga conto di quanti muoiono in casa senza neppure finire nel registro dei casi certificati da tampone?

"Il quadro restituito dai dati ufficiali spaventa gli italiani che percepiscono una patologia molto grave. L’aggiornamento del 24 marzo riporta 74.386 casi: 3.489 (4,7%) pazienti in terapia intensiva; 23.112 (31,1%) ricoverati con sintomi; 30.920 (41,6%) in isolamento domiciliare; 9.362 (12,6%) dimessi guariti; 7.503 i decessi (10,1%). Questa distribuzione di gravità della malattia appare molto più severa di quella cinese: infatti, lo studio condotto sulla coorte cinese e  pubblicato su JAMA riportava 44.415 casi confermati di cui 81% lievi, 14% severi (ospedalizzati) e 5% critici (in terapia intensiva), con un tasso grezzo di letalità del 2,3%.

Considerato che in Italia i tamponi vengono effettuati prevalentemente sui soggetti sintomatici, la gravità di COVID-19 è ampiamente sovrastimata perché vediamo solo la punta dell’iceberg. Assumendo una distribuzione di gravità della malattia sovrapponibile a quella della coorte cinese si può ipotizzare che la parte sommersa dell’iceberg contenga oltre 119.000 casi lievi/asintomatici non identificati. Prendendo in considerazione questi casi, la casistica italiana si “ricompone” riducendo la percentuale di pazienti ricoverati e in terapia intensiva, oltre che del tasso di letalità che si riallinea a quello della coorte cinese.

casi coronavirus-2

Il tasso di letalità della COVID-19, oltre che dall’esecuzione dei tamponi prevalentemente ai soggetti sintomatici, viene anche sovrastimato dai soggetti positivi deceduti per altre cause, per i quali si deve attendere la conferma della causa di morte dall’Istituto Superiore di Sanità. In ogni caso, il tasso grezzo di letalità ieri ha raggiunto il 10,1%, con ampie variabilità regionali: in particolare è del 10,7% in Emilia Romagna e 13,8% in Lombardia, rispetto al 7,2% nelle altre Regioni.

Questo dato rappresenta una spia rossa sul sovraccarico degli ospedali, in particolare delle terapie intensive, allineando i numeri alla narrativa di chi lavora in prima linea".

L'emergenza, soprattutto in Lombardia, è stata sottovalutata secondo lei? Tra sorveglianza attiva sul territorio, monitoraggio e tamponi effettuati, cosa è stato sbagliato e come si può rimediare?

"A un mese dal caso 1 di Codogno i numeri dimostrano che in Italia abbiamo pagato molto caro il prezzo dell’impreparazione organizzativa e gestionale all’emergenza: dall’assenza di raccomandazioni nazionali a protocolli locali assenti o improvvisati; dalle difficoltà di approvvigionamento dei dispositivi di protezione individuale, alla mancata esecuzione sistematica dei tamponi agli operatori sanitari; dalla mancata formazione dei professionisti sanitari all’informazione alla popolazione. Tutte queste attività, inclusa la predisposizione dei piani regionali, erano previste dal “Piano nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale” predisposto dopo l’influenza aviaria del 2003 dal Ministero della Salute e aggiornato al 10 febbraio 2006. Rimane inspiegabile che tale piano non sia stato ripreso e aggiornato dopo la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale, lo scorso 31 gennaio.

In generale, le decisioni nazionali sono state guidate da politiche troppo attendiste, che hanno “inseguito” i numeri del giorno senza tenere conto che ogni giorno vediamo i risultati delle misure attuate/non attuate 3 settimane fa: ovvero il virus è sempre più veloce delle decisioni politiche".

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parchi chiusi in tutta italia foto ansa Paolo Salmoirago-2