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Coronavirus, ecco lo svuota carceri: domiciliari per le pene lievi

Arresti domiciliari per i detenuti che hanno pene da scontare sino a 18 mesi; qualora la pena sia superiore a 6 mesi sarà applicato il braccialetto elettronico. A prevederlo è il decreto varato oggi dal governo: l'obiettivo è quello di diminuire la presenza nelle carceri per gestire meglio l'emergenza coronavirus. Saranno esclusi detenuti i responsabili di gravi reati, i delinquenti abituali e quelli coinvolti nelle violenze dei giorni scorsi. Queste nuove disposizioni saranno valide fino al 30 giugno e prevedono una procedura per la concessione della detenzione domiciliare molto più snella dell'attuale, con l'eliminazione di alcuni passaggi. Rispetto alla disciplina attuale sono state previste maggiori esclusioni, come quella dei detenuti che hanno commesso violazioni disciplinari. Entro dieci giorni il Capo del Dap farà un piano di distribuzione dei braccialetti elettronici, tenuto conto della capienza dei singoli istituti e del numero dei detenuti ristretti, e delle concrete emergenze sanitarie. L'allontanamento dal domicilio sarà punito come l' evasione e quindi con pene detentive più elevate della pena da scontare (un anno nel minimo e tre anni nel massimo). Un dato che fa ritenere difficile che si verificheranno violazioni.

Il provvedimento è stato criticato da Valter Mazzetti, segretario generale dell'Fsp Polizia di Stato: "Siamo totalmente contrari e anche un po' basiti per la decisione, assunta fra i provvedimenti legati all'emergenza coronavirus, di concedere i domiciliari a chi ha pene da scontare fino a 18 mesi, e con ciò, si faccia ben attenzione, si intende anche chi ha ancora 18 mesi, avendo ricevuto pene più alte. È un indulto mascherato, e neppure troppo". Secondo il sindacato di polizia "non servirà a nulla in tema di prevenzione perché a meno che facendo quattro conti non si sia arrivati alla conclusione di poter dimezzare con questa iniziativa la popolazione carceraria, allora il problema dell'affollamento rimarrà. C'è poi – aggiunge – da farsi una domanda: ci sono braccialetti elettronici sufficienti per tutti quelli che hanno ancora da scontare più di sei mesi? La gente deve capire bene che in Italia praticamente non si va in carcere per pene inferiori ai 18 mesi, a meno di recidive, e quindi uscirà chi certamente ha avuto condanne ben più pesanti".

La scorsa settimane i detenuti avevano organizzato dure contestazioni negli istituti di pena di tutta Italia per chiedere che anche la loro salute venisse tutelata, ritenendo che la diffusione dell'epidemia anche nelle carceri avrebbe messi a repentaglio la loro vita ma anche quelle degli agenti di polizia penitenziaria. Antigone, Anpi, Arci e gruppo Abele avevano scritto una lettera al governo: “I posti disponibili nelle carceri sono 50.931, cui vanno sottratti quelli resi inagibili nei giorni scorsi. I detenuti presenti, alla fine di febbraio, erano 61.230. Alcuni istituti arrivano a un tasso di affollamento del 190 per cento. Ogni giorno i detenuti sentono dire alla televisione che bisogna mantenere le distanze, salvo poi ritrovarsi in tre persone in celle da 12 metri quadri. Le condizioni igienico-sanitarie sono spesso precarie. Nel 2019 Antigone ha visitato 100 istituti: in quasi la metà c'erano celle senza acqua calda, in più della metà c'erano celle senza doccia. Spesso mancano prodotti per la pulizia e l'igiene. Con questi numeri, se dovesse entrare il virus in carcere, sarebbe una catastrofe per detenuti e operatori".