ROMA -  Ci risiamo. Giusto mentre muore a Livorno per sospetto Covid un detenuto cardiopatico di 81 anni, sulle carceri riparte lo scontro tra chi - il Guardasigilli Alfonso Bonafede, i sottosegretari Dem Andrea Giorgis e 5S Vittorio Ferraresi, il Garante dei detenuti Mauro Palma - sottoscrive e ritiene necessarie le nuove misure per alleggerire le prigioni e la Lega capitanata sulla giustizia dalla responsabile Giulia Bongiorno. Da via Arenula considerano del tutto approssimativi  i dati sulle possibili scarcerazioni di 5mila persone - "Sono cifre che non è possibile calcolare a priori perché ogni provvedimento è deciso dai magistrati di sorveglianza" - e al contempo lanciano parole d'ordine come "camere di isolamento per i nuovi giunti e per chi avverte e denuncia i primi sintomi di malattia Covid", "sala situazioni per gestire l'emergenza", "tracciamento immediato dei contatti del soggetto positivo", "eventuale temporanea sospensione delle occasioni di incontro tra la popolazione detenuta e le persone provenienti dall'esterno", ma solo come misura estrema qualora la situazione dovesse aggravarsi.

  Ma all'opposto c'è chi - Giulia Bongiorno appunto, e con lei tutta la Lega - bolla come un nuovo "svuota carceri" i provvedimenti contenuti nel decreto Ristori, che autorizzano i magistrati di sorveglianza a mettere fuori dalle celle chi ha un residuo di pena fino a 18 mesi, con il braccialetto elettronico, ma solo a patto che non abbia commesso reati gravissimi e gravi. "Bonafede non ha fatto nulla, non esiste un progetto o una idea. Solo un lungo, ingiustificato letargo" twitta Bongiorno, in pieno accordo con Salvini. Ma da via Arenula replicano con i dati. Confermati anche dal Garante dei detenuti Mauro Palma. Che fotografano una situazione numericamente sotto controllo per il Covid sia tra i detenuti che tra gli agenti della polizia penitenziaria. Che però subito fa dire a chi contesta Bonafede, "e allora, se gli ammalati Covid  sono pochi, che bisogno c'è di mettere fuori i detenuti?". Un atteggiamento contraddittorio, perché da una parte la Lega lamenta l'assenza di iniziative, dall'altra contesta quelle che vengono prese. Due mondi si fronteggiano, quello di chi considera il carcere luogo di pena sì, ma non di tortura; e chi invece vorrebbe buttare via la chiave. Magari arrestando anche il Covid. 


 

Ecco i numeri 

Partiamo dalle cifre. Aggiornate da via Arenula al 28 ottobre. In carcere c'erano 54.815 detenuti, rispetto a una capienza massima di 50.552 posti, di cui però 3.447 di fatto non risultano disponibili. Con una percentuale di affollamento pari al 116,37%. E vediamo l'andamento della malattia. Sempre al 28 ottobre i detenuti positivi al Covid erano 152, di cui 145 gestiti nelle strutture sanitarie delle stesse carceri e 7 invece ricoverati in strutture sanitarie esterne. Casi di Covid anche tra gli operatori penitenziari: in totale 215, di cui 189 tra gli agenti. In 206 sono in quarantena presso il proprio domicilio, sei sono ricoverati in ospedale e 3 si trovano in isolamento nelle caserme. Ecco il confronto con i dati della scorsa primavera: tra febbraio e agosto ci sono state 568 persone contagiate, di cui 4 decedute (2 agenti e 2 detenuti), che porta fonti di via Arenula - un articolo di Marco Belli sul sito Gnews, il giornale online del ministero della Giustizia - a parlare di un virus che "non ha sfondato, ma è stato contenuto". 
 

Le prossime misure 

Ma proprio questi dati spingono la Lega a contestare le misure di Bonafede. A partire dalla cifra del tutto ipotetica che si possa giungere a 5mila scarcerazioni, anche se l'uso della parola "scarcerazioni" è sbagliato in quanto sia le norme del decreto Cura Italia di marzo, sia l'articolo 30 del decreto Ristori parlano solo di detenuti cui vengono concessi i domiciliari, che quindi non vengono "scarcerati": vengono monitorati attraverso il braccialetto elettronico, non possono allontanarsi dal domicilio, continuano quindi a scontare la pena. Ma Jacopo Morrone, salviniano ed ex sottosegretario alla Giustizia, definisce il provvedimento "incomprensibile visto che il rischio contagio è maggiore all'esterno che all'interno" delle prigioni. 
 

Isolamento per i nuovi detenuti

All'interno del carcere, invece, Bonafede, con il capo delle carceri Dino Petralia e il suo vice Roberto Tartaglia, punta innanzitutto a bloccare i possibili contagi. Da qui la decisione di attuare particolari precauzioni per i cosiddetti "nuovi giunti", cioè per chi entra in cella in questi giorni di Covid per la prima volta. Via Arenula prevede un periodo di isolamento preventivo e cautelare in attesa che arrivi l'esito negativo del tampone. 
 

Tracciamento e camere d'isolamento

La scoperta di un detenuto positivo porterà le carceri a seguire un protocollo obbligatorio e già attuato in primavera. Verranno tracciati i suoi possibili contatti all'interno del carcere proprio come avviene all'esterno. Inoltre sarà messo a disposizione un congruo numero di vaccini antinfluenzali da utilizzare sia per il personale dipendente che per l'intera popolazione detenuta, in modo tale da rendere selettiva l'eventuale comparsa di sintomatologie similari. In alcuni istituti inoltre è già in atto la creazione di speciali "camere di isolamento" proprio per far fronte a un eventuale emergenza crescente.
 

Stop ai contatti con l'esterno

Per ora è solo un'ipotesi, ma proprio com'è avvenuto a febbraio c'è il rischio di un possibile stop a visite e colloqui, che subirebbero sospensioni temporanee, qualora la corsa del virus dovesse diventare dirompente.  Una misura che non è contenuta nel decreto Ristori, mentre era stata prevista a febbraio quando poi provocò le rivolte nelle carceri. Il singolo caso positivo porterebbe comunque a ricostruire la sua storia per individuare la filiera dei contatti e per evitare un ulteriore diffusione del contagio. 
 

Le preoccupazioni del Garante

Nell'ufficio di Mauro Palma, il Garante nazionale dei detenuti, la guardia sul Covid non è mai stata abbassata perché, come scrive la newsletter del Garante, "il carcere è uno dei luoghi rispetto al quale l'ansia esterna si tramuta spesso in annunci, voci, a volte gridati, che finiscono per essere moltiplicatori dell'ansia stessa. E certamente i numeri non sono da sottovalutare". Palma sottolinea come "il tema torna a essere quello della riduzione del numero di presenze attraverso provvedimenti che, pur tenendo fermo il criterio della complessiva sicurezza, siano in grado di far emergere la centralità della tutela della salute di ogni persona". Ma sono proprio quei provvedimenti che la Lega contesta. E cioè la possibilità di ottenere i domiciliari per chi ha un residuo pena sotto i 18 mesi, e comunque con il braccialetto. Misura da cui sono rigidamente esclusi i condannati per reati gravi. Inoltre gli attuali semi liberi (carcere di notte e lavoro di giorno) resteranno fuori proprio per evitare la circolazioni di possibili infezioni. Come dice il Garante nazionale "non ha senso far rientrare in carcere persone che vi trascorrono soltanto la notte o mantenere la detenzione di persone condannate a pene brevi".
 

La sfida dell'ex supercarcere di Pianosa 

È in questo clima che il sottosegretario Dem alla Giustizia Andrea Giorgis lancia la sfida dell'ex super carcere di Pianosa, famoso trent'anni fa per i boss e terroristi detenuti. È lì, e all'Asinara, che furono portati i mafiosi nel 1992 quando scattò il 41bis. Ma dal 1997 quelle celle tre metri per cinque con tre letti in ognuna sono state svuotate. Pianosa è tornata libera. Adesso un protocollo tra il ministero della Giustizia, con la Regione Toscana e il Comune di Campo dell'Elba, la vuole trasformare  in nuovo modello di lavoro nelle colonie agricole già gestite dai detenuti, con un investimento europeo da 7 milioni di euro.

  Dice Giorgis:  "Un carcere che riesce ad offrire a chi ci vive un efficace percorso rieducativo ed emancipante è un carcere che tutela la sicurezza dell'intera collettività, perché quando c'è recupero e reinserimento i tassi di recidiva scendono in maniera significativa, a vantaggio quindi degli stessi detenuti e della sicurezza di tutti i cittadini". Giorgis spiega ancora che "il progetto intende creare un sistema integrato ed innovativo di sviluppo che favorisca l'inclusione lavorativa e sociale dei detenuti che vivono a Pianosa, promuovendo al contempo lo sviluppo delle attività economiche di quei territori. I progetti prevedono il potenziamento e il rilancio delle produzioni agricole con l'avvio delle attività connesse alla trasformazione dei prodotti agro-alimentari e all'accoglienza turistica, con l'obiettivo di favorire altresì lo sviluppo economico e la promozione del patrimonio naturalistico dei territori coinvolti".