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Coronavirus, il sociologo: "In futuro ci abbracceremo meno di prima" 

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Coronavirus, il sociologo: In futuro ci abbracceremo meno di prima

di Vittoria Vimercati


Il 'distanziamento sociale' non è destinato a finire con la conclusione dell'emergenza coronavirus. La riduzione dei contatti sociali potrebbe accompagnare il Paese ancora per molti mesi, anche se in modo meno drastico, almeno fino a che non si troverà un vaccino contro il virus che dia risultati. E, forse, ci abbracceremo meno di prima. "Le interazioni sociali degli italiani, un popolo peculiare per la sua fisicità, tenderanno a somigliare di più a quelle dei paesi del Nord Europa. Ci saranno, almeno per un po', meno contatti sociali", spiega all'Adnkronos Francesco Billari, sociologo e docente di demografia dell'Università Bocconi di Milano.

Nel 2008, racconta, è stata condotta un'indagine su diversi Paesi in merito ai contatti sociali rilevanti, dall'abbraccio alla stretta di mano, tali da poter diffondere un'epidemia. Una delle peculiarità dell'Italia, furono i risultati, era che eravamo il popolo con il livello più alto di contatti, superiori ai 17 giornalieri. Francesi e tedeschi, ad esempio, ne avevano meno di dieci.

L'Italia era la Nazione anche con i maggiori contatti "tra generazioni diverse, ovvero tra chi ha 65 anni e più e i più giovani: 7 contatti al giorno per l'Italia, contro i 2,8 di Germania, i 4 della Francia". Probabilmente, "si tornerà ad avere più contatti sociali di adesso, però questo sarà limitato: non diventeremo come i tedeschi, ma immagino un effetto che ci spinga verso una via di mezzo", è il parere del docente.

Uno degli 'acceleratori' della tendenza potrebbe essere anche la diffusione delle tecnologie digitali, fondamentali durante il 'lockdown' per mantenere i contatti tra le persone, tra le app degli smartphone e dei pc per vedersi e fare chiamate di gruppo.

"E' uno shock dei rapporti, destinato a protrarsi, con un aumento delle relazioni digitali, soprattutto tra gli anziani e i più giovani, che magari hanno scoperto proprio in questi giorni come usufruirne". La 'cura' del distanziamento sociale potrebbe influire anche su alcuni business tradizionali legati all'esperienza di gruppo, dal cinema alle palestre. "E' ancora presto per immaginare cosa accadrà, ma mi aspetto un aumento delle attività che si possono fare a casa". Altro non è, in fondo, che un acuirsi della tendenza già in atto, tra l'homebanking, le piattaforme di video on demand e lo smartworking. Ad esempio, "si ritornerà in palestra, certo, ma rimarrà sicuramente qualcosa di questo periodo che ha portato più fitness nelle case".

Se il futuro poi ci dovesse riservare nuove epidemie o, più probabilmente, altre restrizioni sociali per prevenirle, sarà meglio prepararsi aumentando gli epidemiologi ai 'posti di comando' e prestando più attenzione ai riflessi psicologici di certe misure sui cittadini.

"Si parla molto - osserva Billari - della medicina d'urgenza: è importante, ma altrettanto lo è lo studio delle misure socio-economico, come il 'lockdown'. Quando si affrontano queste epidemie ci vogliono conoscenze mediche, epidemiologiche e anche sociali: i team che lavorano su questi temi sono sempre composti e interdisciplinari".

In futuro, quindi, "sicuramente sì, serviranno più epidemiologi, che dovranno lavorare in team con medici, statistici e sociologi. La mia impressione è che si cerchi troppo un 'uomo solo al comando', cosa che per fare delle scelte potrebbe andare bene ma in termini di scienza no, servono squadre ed è così è in tutti Paesi".

In più, il parere del docente, è che si inizi a prestare attenzione "oltre che alla salute fisica anche alla salute mentale". Ovvero, "quando si valutano misure da adottare, soprattutto se sostenute sul lungo periodo, bisogna considerarne gli effetti sulla mente delle persone".

Allo stesso modo, i 'decisori' devono guardare "alla diseguaglianza e alla stratificazione sociale". Stare a casa, sottolinea il docente, "significa qualcosa di diverso per ciascun cittadino: ci sono situazioni abitative di tipo diverse, persone sole o in case sovraffollate. Nella discussione politica e sui media stiamo assistendo a una concezione molto omogenea dello stare a casa".