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Coronavirus: «Io, ex arbitro di A senza più respiro. Ho vissuto il dramma della rianimazione»

«Ho toccato con mano la validità del nostro sistema sanitario e del suo personale. Se non avessimo queste eccellenze io credo avremmo contato tre volte i morti che abbiamo oggi». Il prefetto di Lodi Marcello Cardona è tornato nel suo appartamento nel palazzo del governo mercoledì pomeriggio. Il San Raffaele lo ha dichiarato guarito dal Covid-19 e dimesso dopo 20 giorni di degenza. Era stato tra i primi a intervenire sull’emergenza, quando esplose il focolaio a Codogno e anche il primo prefetto italiano ad ammalarsi e finire in rianimazione.

Cosa le rimane di questa esperienza?
«Ho vissuto momenti difficili, che mi hanno accomunato a quello che stanno soffrendo tante famiglie italiane. Devo solo dire grazie alla capacità e all’abnegazione degli ospedali che mi hanno preso in carico, prima a Lodi e poi il San Raffaele, stanno facendo un lavoro straordinario. E anche la vita che conduco, le mie passate esperienze da atleta (è stato per anni arbitro in serie A, ndr) probabilmente hanno rafforzato il mio sistema immunitario».

Quando si è ammalato?
«Durante la gestione della zona rossa del Basso Lodigiano. L’1 marzo è emerso che un medico che partecipava alle riunioni in centrale operativa era positivo. Così abbiamo disposto il test per tutti. Il 5 marzo il risultato: positivo io e undici collaboratori».

Cosa è successo dopo?
«Ho dovuto chiudere centrale operativa e prefettura e abbiamo proseguito dall’isolamento domiciliare. Io sono andato avanti a lavorare per tutta la settimana dall’appartamento riservato al prefetto. Poi è iniziata la febbre. Insistente e fastidiosissima».

L’hanno subito ricoverata?
«Ho avvertito le autorità sanitarie e tra sabato e domenica ho sostenuto gli esami all’ospedale Maggiore. La respirazione è improvvisamente crollata così mi hanno portato al San Raffaele, dove sono stato ricoverato in rianimazione con ventilazione assistita. Avevo un’insufficienza polmonare del 70 per cento».

Ha avuto paura in quei giorni?
«Preferisco evitare. Posso dirle di aver toccato con mano tutto il dramma delle persone ricoverate in corsia, ma anche il livello eccezionale di preparazione e di abnegazione del nostro personale sanitario. Stanno salvando vite in modo straordinario e senza mai risparmiarsi».

Quanto è rimasto in ospedale?
«Venti giorni, di cui sei in rianimazione e due settimane in medicina. Mi hanno dimesso dopo due tamponi negativi».

Ha avuto modo di mantenere i contatti con il territorio durante la degenza?
«A parte i giorni più duri, sono sempre riuscito a parlare con la mia famiglia e seguire attraverso i miei collaboratori l’andamento dell’emergenza».

È già tornato al lavoro?
«Si, ovviamente da casa perché sono ancora in convalescenza. Ma conto di tornare al mio posto in settimana. Ci sono tante cose da affrontare con i sindaci del territorio».

Nel Lodigiano il picco sembra superato. Decretare la zona rossa fu una scelta corretta?
«Chiudere una zona con quasi 50mila abitanti non è una decisione che si prende a cuor leggero. Alla prefettura è toccato il compito di spiegare e far rispettare le ordinanze in un momento in cui il virus era nella sua fase iniziale e più pericolosa. Avevamo aziende importanti, parte di filiere internazionali e per cui abbiamo chiesto deroghe, una miriade di piccole imprese. Sicuramente in certi momenti si potevano prendere decisioni migliori, ma in un territorio che ha pagato un prezzo pesantissimo al contagio, alla fine sembra che la situazione sanitaria stia dando ragione alle scelte fatte».

Ci sono però ancora tante, troppe persone denunciate per non aver rispettato le disposizioni di isolamento e distanziamento sociale.
«Ci sono ancora dei casi, e verranno perseguiti, ma mi conforta il fatto che la stragrande maggioranza dei cittadini ha capito. E nonostante gli enormi sacrifici loro richiesti seguano le regole».

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