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Coronavirus, l’idea di un gruppo di giovani ingegneri per un ventilatore polmonare “a basso prezzo e lunga durata”

Il team si appella alle industrie, agli anestesisti, ai rianimatori e agli enti certificatori di apparecchiature biomed per poter arrivare a creare un prototipo e poi arrivare a una certificazione

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Per fronteggiare la carenza di dispositivi nei reparti di terapia intensiva, si rimboccano le maniche anche i creativi della generazione digitale. Tra le varie iniziative affioranti, c’è quella di un ventilatore polmonare per la respirazione assistita “a basso prezzo, lunga durata e rapidamente disponibile”, realizzabile in parte con la tecnica di stampa in 3D e secondo la filosofia open source. Si chiama “Openbreath” e sta provando a metterlo a punto un gruppo di giovani professionisti nel settore dell’automazione meccanica, con diversi anni di esperienza nell’industria automotive, tessile e nella componentistica di precisione.

“Rilasceremo la documentazione completa del progetto sul nostro sito. Il nostro dispositivo vuole rispondere a due esigenze: semplicità costruttiva e velocità di realizzazione. Con un design innovativo, studiato per essere rapidamente realizzabile con parti ‘off-the-shelf’, a costi estremamente contenuti. Inoltre, grazie alla sua interfaccia minimalista, potrebbe permettere di ridurre la complessità d’uso e il tempo di formazione richiesto a medici e infermieri” spiegano i suoi ideatori. Open Breath intende aderire per intero alla relativa normativa CE (“per quanto ci sarà possibile: è talmente vasta e complessa, che alcune norme di importanza minore o accessoria è inverosimile rispettarle nei tempi brevi dell’emergenza”). In particolare, aggiungono i promotori, “cercheremo di conformarci allo standard BS EN 80601-12, che è il più aggiornato in materia”.

Tra le altre caratteristiche di questo device biomedico in fieri (“ma il nostro obiettivo è a lungo termine”), sempre connesso e quindi “in grado di fornire informazioni cliniche addizionali sul paziente”, spicca il fatto che invierebbe “avvisi e aggiornamenti in tempo reale direttamente agli operatori sanitari, permettendo, per quanto possibile, la loro non esposizione al contagio”. In più tutti i dati raccolti (“in forma totalmente anonima”) potrebbero essere catalogati per analizzare il decorso clinico della popolazione.

Il team si appella alle industrie, agli anestesisti, ai rianimatori e agli enti certificatori di apparecchiature biomed. “Molti di loro ci stanno già dando una grande mano” spiega al Fattoquotidiano.it Simone Iannucci, il loro portavoce. Sia chiaro: loro non sono medici, non si occupano esplicitamente di sanità. “Allo stato attuale il nostro ventilatore non può essere certificato perché è ancora in una fase di pre-prototipazione, a cui stiamo lavorando in questi giorni, tra molte difficoltà logistiche – conclude Iannucci -. Il nostro è un dispositivo complesso e ambizioso, non può certo esserci un’approvazione sommaria del suo utilizzo”. Mettono però a disposizione, come tanti in questi giorni difficili, le loro competenze. “Ce la metteremo tutta”.

Foto dalla pagina Facebook di Openbreath

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