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Coronavirus, l’ipotesi dell’effetto clima. “Epidemia corre più veloce con il freddo”

Scienza

Coronavirus, l’ipotesi dell’effetto clima. “Epidemia corre più veloce con il freddo”

È la conclusione cui arrivano Francesco Ficetola e Diego Rubolini, ricercatori dell'Università Statale di Milano che, sfruttando il database della Johns Hopkins University, hanno realizzato delle mappe globali

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America meridionale, Sud Africa, Australia e Nuova Zelanda, presenteranno verosimilmente condizioni ambientali molto favorevoli ad una rapida crescita dell’epidemia nei prossimi mesi, in assenza di misure contenitive. È la conclusione cui arrivano Francesco Ficetola e Diego Rubolini, ricercatori del Dipartimento di Scienze e Politiche ambientali dell’Università Statale di Milano che, sfruttando un database globale di casi giornalieri confermati di Covid 19 della Johns Hopkins University, hanno realizzato delle mappe globali di come il tasso di crescita dell’epidemia potrebbe cambiare nei prossimi mesi.

I ricercatori hanno ricavato il tasso di crescita giornaliero dei casi di malattia per oltre 100 nazioni (o macroregioni entro nazione). Il tasso di crescita, calcolato per i primi giorni di una epidemia, fornisce una indicazione di quanto velocemente si sta diffondendo la patologia nella popolazione colpita, prima che entrino in vigore misure contenitive. Gli studiosi hanno poi messo in relazione il tasso di crescita dei casi con la temperatura e l’umidità medie dei mesi dell’epidemia. L’ipotesi dello studio – disponibile come preprint sulla piattaforma medRxiv – è che Sars Cov 2 corra più velocemente con il freddo secco. La questione dell’espansione del virus principalmente ad alcune latitudine era stata osservata da Robert Gallo, direttore dell’Institute of Human Virology alla University of Maryland (Usa), e tra gli scopritori dell’Hiv.

La variazione del tasso di crescita di Covid tra nazioni è risultata essere fortemente associata infatti a temperatura e umidità. In particolare, l’epidemia cresce più rapidamente a temperature medie di circa 5°C ed umidità medio-bassa, compresa tra 0.6 e 1.0 kPa (kiloPascal, unità di misura della pressione). Viceversa, in climi molto caldi e umidi, caratteristici di alcune zone tropicali, l’epidemia sembra diffondersi molto più lentamente, anche se nessuna area popolata del mondo sembra essere completamente inidonea alla diffusione della patologia. Infatti nei paesi dell’emisfero australe sono comunque registrati casi: quasi 5mila, a oggi, per esempio per Australia e Nuova Zelanda e quasi 1400 per il Sudafrica.

Differenze tra nazioni nei livelli di inquinamento atmosferico, di densità abitativa, e di investimento pubblico nel sistema sanitario non sembrano avere effetti significativi sulla crescita dell’epidemia. Questi risultati hanno consentito agli autori dello studio di realizzare delle mappe globali di come il tasso di crescita dell’epidemia potrebbe cambiare nei prossimi mesi. “Questo studio contribuisce ad approfondire le nostre conoscenze su Covid 19, purtroppo ancora troppo limitate – dicono i ricercatori – data la velocità a cui il virus si sta diffondendo su scala globale”.

L’estate aiuterà l’Italia a frenare la corsa del nuovo coronavirus? “Lo spero davvero anch’io. Sicuramente la sensazione è che le condizioni sono meno buone per il virus da giugno a settembre. Anche se la scala nazionale non è quella giusta su cui siamo in grado con i dati attuali di fare una previsione. Però – spiega all’AdnKronos Salute Diego Rubolini – quello che sta emergendo sempre di più è che Covid-19 è una malattia stagionale, come lo è l’influenza per esempio, legata probabilmente alle stagioni. I dati globali così come li abbiamo analizzati suggeriscono che l’’effetto clima’ ci sia e sia abbastanza forte. La mappa del rischio che siamo riusciti a delineare – evidenzia Rubolini – suggerisce che nel periodo giugno-settembre sarà l’emisfero australe ad avere le condizioni climatiche meno buone” per il contenimento del virus.

Lo studio su medRxiv

Il database della Johns Hopkins University

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