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Coronavirus, la sfida di Conte: «L’Europa è unita oppure non esiste»

All’apice della crisi più drammatica dal Dopoguerra, con l’Italia intera impegnata con tutte le sue forze a combattere contro «un nemico invisibile che va dove vuole, come il vento», due cose Giuseppe Conte aveva chiesto all’Europa: unità e velocità di azione. E quando il capo del governo ha capito che non avrebbe ottenuto né l’una né l’altra — nonostante l’appello di David Sassoli e la comprensione di Ursula von der Leyen — ha maturato lo strappo. «Se la Ue non è solidale il progetto europeo è finito».

Forte dell’asse con il premier spagnolo Pedro Sánchez e del sostegno di Emmanuel Macron, Conte ha gridato il suo «stop». Una mossa che fotografa la spaccatura dell’Europa tra solidali e indifferenti e provoca scompiglio anche sul piano interno, nella maggioranza giallorossa.

Luigi Di Maio è apparso al Tg1 e ha rilanciato la linea di Palazzo Chigi: «Conte ha fatto bene, se si vogliono i vecchi strumenti faremo da soli». Ma il tempismo della dichiarazione, a vertice europeo ancora in corso, ha fatto infuriare i dirigenti del Pd, che hanno fatto trapelare la «sorpresa» di Nicola Zingaretti. Questioni di metodo, perché nel merito anche i dem, a cominciare da Roberto Gualtieri, condividono la linea dura di Conte: l’Italia è in guerra e per rialzarsi ha bisogno di aiuto per imprese, lavoratori, famiglie. Il premier ha letto le centinaia di appelli disperati che piovono sulla sua pagina Facebook, gente che non ha soldi per fare la spesa e teme la «guerra civile». Sa bene, Conte, che per scongiurare disordini servono miliardi, tanti e subito. La decisione di andare allo scontro è maturata di concerto con Gualtieri, che nelle ore drammatiche del vertice è rimasto in continuo contatto con il premier, spronandolo a «negoziare vigorosamente per ottenere il massimo» rompendo il muro dei Paesi del Nord, che si rifiutano di condividere il prezzo della pandemia.

«Vogliamo gli European Recovery Bond», aveva detto Conte al Senato, dopo aver messo sul tavolo altri 25 miliardi in vista del decreto Cura Italia di aprile. «Qui si tratta di reagire con strumenti finanziari innovativi e adeguati a una guerra». Ma i leader europei non hanno voluto inserire nemmeno un riferimento ai coronabond. E così Conte ha dato l’ultimatum: «Dieci giorni per battere un colpo». Con orgoglio il premier ha rivendicato che il nostro Paese ha «le carte in regola con la finanza pubblica», perché il 2019 si è chiuso con un rapporto deficit/Pil all’1,6 e non al 2.2, come programmato. Qui non si tratta di affrontare la crisi isolata di un Paese che non ha fatto i compiti a casa, è il ragionamento di Conte, ma di reagire a uno «shock imprevedibile e simmetrico di portata epocale», che investe l’Europa intera: «I meccanismi di protezione personalizzati elaborati in passato ve li potete tenere, perché l’Italia non ne ha bisogno». Quel che serve è il whatever it takes di Mario Draghi, la cui strategia il premier condivide in pieno.

Salvini e Renzi invocano il nome dell’ex presidente della Bce in chiave anti-Conte, ma il Pd scaccia «scenari da fantapolitica» e blinda Conte, stroncando «ogni ipotesi di governissimo» e però sposando le tesi di Draghi: agire subito, immettere liquidità nel sistema senza preoccuparsi per l’aumento del debito pubblico, perché la recessione sarà profonda e rischia di essere la tomba dell’Europa.

Sul piano interno, interpretando gli auspici del Quirinale il premier apre al dialogo con l’opposizione in vista del decreto economico di aprile. E affida al ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, un mandato concreto per «elaborare un percorso di più significativo confronto». La cabina di regia con i capigruppo delle opposizioni debutterà venerdì alle 10.

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