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Coronavirus, questi sono i Paesi che stanno vincendo la sfida

Coronavirus, questi sono i Paesi che stanno vincendo la sfida
Vittorio Demicheli, il direttore sanitario di Ats Milano, sta guidando come ogni mattina verso la sede da cui coordina i lavori della prima e più attesa barriera all’epidemia: il tracciamento dei contatti. Nella città occupata dalle sirene delle ambulanze, Demicheli è il manager che dieci giorni fa ha ammesso «non riusciamo più a tracciare il contagio», mentre la città non era ancora cosciente del problema.

Con oltre mille focolai attivi, Milano in questo momento è uno dei più grossi motori d’accelerazione della malattia. Oggi Demicheli continua a sostenere, parlando con L’Espresso, che «dobbiamo scrollarci di dosso l’illusione che facendo tamponi a pranzo e a cena si possa evitare il contagio. Basta pensare ai calciatori: ultra-controllati, eppure... Rendere compatibili prevenzione e convivenza sarà difficile ma è la nostra unica sfida».

Fuori dalla macchina, la realtà impone la sua evidenza. Non servono grafici. Basta guardare all’app regionale dei Pronto Soccorso: 89 pazienti in emergenza al San Raffaele, 68 al San Carlo, 80 al San Paolo, 55 al Policlinico, 59 al Sacco, 65 all’Humanitas. Sono le sei e mezza di mattina in un giorno feriale dopo una notte dove in teoria non si è mosso nessuno. Basterebbe altrimenti fermarsi un minuto in silenzio di fronte all’andamento dei morti. Oltre 200 in Italia, in un giorno. E aumentano inesorabilmente. Quando la curva esponenziale del contagio, in tutto il Paese, è diventata questione politica, l’epidemia era ormai tracimata. In Lombardia, come aveva ricostruito l’Espresso nel numero scorso, lo sbarramento cade a cavallo del 10 ottobre . Perché la speranza di contenere l’epidemia attraverso il tracciamento, e l’isolamento dei positivi, si è sbriciolata impotente di fronte all’onda del virus?

Il 21 ottobre Lancet ha pubblicato un rapporto dove si confrontano le risposte al contagio di due Paesi, entrambi lodati per la loro capacità di impedire al nuovo coronavirus di uccidere, come invece è accaduto in altri luoghi, quali il Belgio (lo Stato con la mortalità da Covid-19 più alta fra i Paesi Ocse) o la Gran Bretagna, che sta piangendo oltre 620 morti ogni milione di abitanti. I due Paesi comparati dagli studiosi per Lancet sono la Nuova Zelanda (4,4 morti per milione di abitanti), e Taiwan (0,3). Entrambi stanno difendendo bene la loro popolazione. In modi molto diversi.

La Nuova Zelanda ha imposto un lockdown durissimo, alla prima ondata: dal 23 marzo al 13 maggio uffici, scuole e luoghi di incontro sono stati chiusi ermeticamente. A Taiwan invece sono stati impediti soltanto i raduni di centinaia di persone, e ritardate le aperture delle classi. Per strada o al chiuso la mascherina è usata sempre, nei luoghi pubblici, a prescindere dai sintomi o dal livello di contagio nelle comunità. Taiwan sta facendo solo 75 tamponi ogni 100mila residenti, contro i 1.520 della Nuova Zelanda, un numero in linea con quanti ne processiamo in Europa.

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Nessun lockdown per salvare l'economia, ma un numero di morti dieci volti superiore rispetto ai paesi confinanti, anziani non ammessi alle terapie intensive, e nessuna immunità di gregge sviluppata. Un disastro su tutta la linea

Cosa ha permesso alla piccola e densamente abitata Taiwan (646 abitanti al chilometro quadrato, 25 milioni di residenti) di resistere? Solo il tempo, la velocità nel prendere decisioni nette che altri governi ancora stentano a implementare, ha difeso il Paese. Forte dell’esperienza avuta con la Sars, il governo ha impedito l’ingresso del virus nelle sue strade. Ha bloccato i voli da subito, e da allora, ancora adesso, chiunque arrivi a Taiwan dall’estero, indipendentemente dal luogo o dai sintomi, deve stare 14 giorni in quarantena. Le misure sugli ingressi di persone o l’uso di mascherine non sono mai state allentate, nonostante il miglioramento della situazione in tutti i Paesi vicini. Il tracciamento così si è potuto concentrare sempre su decine, al massimo, di casi positivi. Mai centinaia, figurarsi migliaia. Il principio che muove lo Stato asiatico sembra chiaro: se il virus parte, tracciarlo non sarà mai abbastanza. Bisogna impedire, intervenendo nella dimensione pubblica, che il contagio superi anche solo la soglia delle unità. Una lezione che in Europa non è mai arrivata.

Il tempo. In Italia gli interventi di contenimento vacillano ancora, di fronte ai migliaia di contagiati, fra paura sociale e paura della morte, fra opportunità politica, dramma economico, fatica dei medici. E la vita dei pazienti. Le politiche pubbliche finiscono così per rincorrere il virus anziché anticiparlo. Mentre all’Azienda sanitaria “Insubria”, che copre i territori di Varese (una delle province lombarde dove l’aumento dei casi è più forte) e di Como, ai 100 operatori dedicati al contact tracing stanno arrivando, spiegano all’Espresso, rinforzi solo da questa settimana, quando i telefoni ricevono seimila chiamate al giorno, e altre 500 restano in segreteria, la protezione civile ha avviato per tutta Italia un bando da 1500 tracciatori da impegnare nel «contenimento dell’emergenza Covid-19». Hanno risposto in decine di migliaia. Il bando è del 24 ottobre.

Tardi. Quando i tracciatori dovranno entrare in servizio, nei territori tornerà a far paura il tempo d’attesa per le risposte del tampone ai soli sintomatici o la mancanza di reagenti con cui processare i test dei ricoverati in ospedale e dei malati in isolamento. La carenza di reagenti è stata la grande minaccia della primavera scorsa: quando sia i laboratori “aperti” (sul modello di Padova di Andrea Crisanti) sia quelli “chiusi” (ovvero i laboratori dove macchina e reagenti devono essere forniti dallo stesso produttore) rischiavano di finire le scorte.

La struttura commissariale di Domenico Arcuri ha aperto una richiesta di offerte per kit di tamponi a maggio. Da allora 25 aziende hanno ricevuto commesse per kit che vanno dai 4 ai 16 euro l’uno. L’Espresso sta ancora aspettando di ricevere dalle società risposte sui volumi e i tempi della produzione. Solo Sacace Biotechnologies, di Como, ha dato indicazioni sulla sua fornitura di 15mila test. Nel momento in cui le regioni chiedono al ministro Roberto Speranza di tracciare soltanto i sintomatici, sancendo così anche sul piano protocollare la sconfitta della possibilità di isolare asintomatici e positivi, la spuntatura delle armi del contact tracing è ormai evidente nella realtà: di fronte a un numero così alto, e così esponenzialmente in aumento, di contagi, i test diventano un irraggiungibile graal.

La barriera che permette di usare efficacemente il tracciamento per impedire che il virus si propaghi funziona solo in modo scalare: se la platea dei contatti da seguire diventa troppo larga, la scala crolla. Senza interventi sul piano pubblico (luoghi di incontro, di lavoro, trasporti), dicono molti tecnici, diventa inutile. Non ci si può illudere sulla risoluzione del problema con l’isolamento dei positivi, quando i numeri sono partiti in verticale aumento. È tardi.

Le risorse pubbliche, per quanto aumentabili, e rafforzabili, sembrano restare sempre limitate rispetto alla corsa del virus. Il Belgio, che ha una capacità di testing che in questo momento è quasi il doppio rispetto all’Italia, sta richiamando i medici positivi asintomatici al lavoro in corsia (è successo all’ospedale di Liegi) per far fronte alle carenze in ospedale. L’Olanda, che ha imposto un lockdown parziale al 13 ottobre con tutti i bar e i ristoranti chiusi, disponibili solo per i take-away, i negozi in serrata alle otto, la vendita e il consumo di alcool all’aperto proibiti di sera, gli eventi tutti sospesi, ma le scuole aperte, sta misurando in questo momento l’impatto delle misure. Qual è? I contagi continuano ad aumentare, ma più lentamente rispetto a quindici giorni fa.

«Ora dobbiamo evitare ad ogni costo che i servizi di contatto vengano travolti dalle richieste. È inaccettabile pensare di lasciare una persona a casa, da sola, in isolamento, che non riesce a comunicare con il medico perché non risponde o perché la centrale è sommersa di telefonate. Questo è inaccettabile. Coordinare gli aiuti e sostenere le pratiche domiciliari adesso è la cosa più importante e urgente», sostiene Demicheli: «Dobbiamo velocemente cambiare priorità al servizio. Ora i tamponi serviranno agli ospedali da una parte; a seguire chi è già in isolamento perché sintomatico dall’altra; e alle scuole con un canale preferenziale. Non possiamo imballarlo per altri motivi», dice. I test che abbiamo oggi tra l’altro, aggiunge, «sanno riconoscere giusto se c’è dell’Rna virale in gola; ma non sappiamo ad esempio valutare correttamente la cosa più importante: quanto è contagioso un soggetto». Ancora: «Non vedo alternative alla limitazione dei contatti interpersonali». E conclude: «La pandemia ci ricorda che l’uomo non può dominare la natura. La medicina non può proporsi come infallibile. La nostra realtà è provvisoria e dobbiamo avere senso dei nostri limiti». Si possono accettare risposte così?

A Hong Kong medici e popolazione si stanno riprendendo ora dalla terza ondata del virus. Le spiagge e i primi bar riaprono. Il South China Morning Post ha pubblicato un’analisi dettagliata di un enorme esperimento di testing comunitario lanciato dall’amministrazione il primo settembre e durato due settimane. Su 7,5 milioni di abitanti, 1,78 si sono registrati, 407mila si sono messi in coda per il tampone gratuito. L’operazione è costata 68,4 milioni di dollari, fra attrezzatura, personale e punti di contatto. Sono state individuate 42 persone positive. Otto erano ex pazienti. Sarà servito?

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