Italy

Coronavirus, tutti a sciare (o sui treni): un mese fa la notte che ha cambiato l’Italia

Sembra un’emergenza fatta di continue corse e rincorse, quella dell’Italia assediata e bloccata dal coronavirus. Un film in cui gli italiani si muovono a blocchi, in cerca d’una via d’uscita, inseguiti dalle autorità che a volte finiscono per rincorrersi tra loro. E il primo fotogramma risale a un mese fa, quando l’epidemia non era ancora pandemia (la diventerà l’11 marzo, per bocca dell’Organizzazione mondiale della sanità), con l’assalto alle piste di sci. Prima il Covid-19 era un problema lontano come la Cina, approdato sulla Penisola con due turisti partiti da Wuhan dei quali fu ricostruita ogni tappa del viaggio concluso all’ospedale Spallanzani di Roma, da dove sono stati dimessi (guariti) e trasferiti al San Filippo Neri per curare i malanni collaterali; oppure confinato a qualche cittadina del Nord fin qui sconosciuta alla maggioranza degli italiani: Codogno, Vo’ Euganeo, Nembro, Alzano. Da lì veniva il «paziente 1», che forse non era lui, e purtroppo la prima vittima, a cui seguì la cinturazione dei paesi. Un problema per gli abitanti locali, pareva; sebbene la corsa alle mascherine e all’amuchina fosse già estesa a tutto il Paese. Giovedì 5 marzo, invece, giunse l’ordine di chiusura delle scuoledi ogni ordine e grado su tutto il territorio nazionale. Con conseguente afflusso di massa, sabato 7 e domenica 8, verso le località sciistiche, dal Trentino alla Valle d’Aosta; come fosse l’avvio di una vacanza fuori programma, anziché un’infezione altrimenti non controllabile. E il virus poté correre più veloce, anziché frenare, al punto che da lunedì 9 fu decretata, per reazione, la chiusura di tutti gli impianti. Che riapriranno il prossimo inverno, se davvero tutto andrà bene.

Fu l’ultimo fine settimana di libertà. L’ultimo in cui si giocò a calcio (Juventus-Inter 2 a 0, con gol di Dybala poi risultato positivo al tampone), ma anche il primo che svelò l’emergenza sommersa di chi libero non era nemmeno prima: la rivolta dei carcerati contro l’interruzione delle visite dei familiari, 6.000 detenuti che hanno distrutto o danneggiato una quarantina di penitenziari sovraffollati, al costo di 13 detenuti morti («per lo più per abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini», secondo il ministro della Giustizia, tralasciando le cause «per il meno»), 40 feriti tra gli agenti di custodia, più di 70 evasi quasi tutti riacciuffati (3 sono ancora latitanti). Tra l’8 e il 9 marzo, il premier Giuseppe Conte arricchì la serie tv dei suoi video-messaggi di due puntate: nella prima annunciò l’estensione della «zona rossa» a tutta la Lombardia, nella seconda all’intero Paese. Rammaricandosi per la fuga di notizie che aveva fatto scattare la corsa ai treni diretti da Nord a Sud, affollati di migranti nostrani decisi a tornare a casa prima del blocco; e provocandone un’altra ai supermercati aperti anche di notte, da parte di chi temeva (calciatori del Napoli compresi) di trovare gli scaffali vuoti il mattino seguente. Preoccupato di illustrare la necessità di cambiare abitudini come «ritrovarsi a gustare un aperitivo» e lanciare lo slogan «Io resto a casa», Conte s’era dimenticato di precisare che si poteva uscire per fare la spesa. Se ne ricorderà due giorni dopo, l’11 marzo, comunicando lo stop a tutte le attività produttive non essenziali; ma le file fuori dalle rivendite autorizzate torneranno ugualmente, qualche giorno più tardi, alla sola ipotesi (poi rientrata) della chiusura anticipata a metà pomeriggio e nei weekend.

Da un paio di settimane il segretario del Pd Nicola Zingaretti era segregato in casa per aver contratto il coronavirus, dal quale ora è guarito; il 27 febbraio aveva sorriso in un tweetmilanese dove brindava in compagnia: «Ho raccolto l’appello del sindaco Sala, non perdiamo le nostre abitudini, non possiamo fermare Milano e l’Italia». Stesso, sfortunato giorno in cui il leader leghista Matteo Salvini esortava ad affollare bar e discoteche d’Italia, per ribellarsi all’idea di Paese «lazzaretto d’Europa»; salvo invocare, passati dodici giorni, chiusure più ferree di quelle stabilite dal governo. Sempre in difetto, sia per l’opposizione che per una parte di maggioranza. Nei dibattiti parlamentari del 25 e 26 marzo tanto invocati da Lega e Fratelli d’Italia (gli amici del premier ungherese Orbán, che nel suo Paese ha chiuso le Camere per avere campo libero nell’emergenza) è tutta una corsa allo slogan più efficace. Da Giorgia Meloni («L’Europa fruga tra le nostre macerie e ci ruba l’argenteria») a Matteo Renzi («Non vogliamo morire di Covid, ma nemmeno di fame»). A palazzo Madama il senatore grillino Gianluca Perilli rinfaccia a Salvini di essere «un monumento all’incoerenza» mentre i leghisti, con il capo in testa, gli rispondono per le rime togliendosi le protezioni dalla bocca. Costringendo la presidente Casellati a scampanellare: «Tenete le mascherine e smettete di urlare!».

Scene poco edificanti di una classe dirigente che chiede pazienza e obbedienza ai cittadini chiusi in casa. Costretti a correre intorno ai palazzi, per fare un po’ di movimento, dopo che ministri e sindaci hanno chiuso i parchi pubblici per evitare gli assembramenti nel verde; o a uscire un genitore alla volta, assieme a un solo figlio, in base alle precisazioni governative (contestate dai governatori di regione) sulla possibilità di far prendere un po’ d’aria ai bambini senza essere multati. Finché il 1° aprile arriva il giorno delle domande telematiche all’Inps per i bonus da 600 euro destinati ai lavoratori rimasti senza lavoro, e stavolta la corsa si compie alle tastiere dei computer che mandano in tilt il sito dell’Istituto di previdenza. A sera, superate le soglie dei 110.000 contagi e 13.000 decessi, Conte torna in tv per spiegare che le chiusure continueranno almeno fino a metà aprile, perché «non siamo nella condizione di alleviare i disagi e risparmiare i sacrifici a cui si è sottoposti». Meglio rincorrere le corse dell’Italia bloccata, con un nuovo decreto sulle misure a sostegno di un’economia già troppo fiaccata, che quelle, prevedibili, dopo il ritorno all’agognata libertà.

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