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Cos’è Iron Dome, il sistema di difesa usato da Israele contro i razzi di Hamas

Il duello tra la lancia e lo scudo in versione moderna. È quello che avviene nel quadrante Gaza-Israele, un teatro geografico ridotto. Le immagini drammatiche mostrano i lampi dei proiettili sparati dalla striscia, le distruzioni, le conseguenze delle rappresaglie condotte da quasi 500 raid aerei dello stato ebraico. Gli israeliani hanno segnalato il lancio di quasi 1.050 razzi da parte dei palestinesi e sottolineano l’efficacia di Iron Dome che avrebbe intercettato l’85 per cento dei «colpi». Dati che hanno sempre bisogno di ulteriori verifiche, visto che in passato gli esperti, pur senza negare l’importanza del dispositivo, hanno avanzato dubbi sui numeri reali.

L’apparato, finanziato dagli Usa e realizzato dalla Iai insieme alla Rafael, è entrato in servizio da un decennio. Usa radar, sensori e un sistema di analisi che permettono una buona difesa contro testate sparate dalle medie e lunghe distanze, meno efficace contro bersagli tirati da 2-2,5 chilometri. È installato su batterie mobili — dunque garantisce flessibilità — ed esplode in prossimità dell’ordigno. Ma non è economico: l’intercettamento di un singolo «pezzo» può costare 50 mila dollari. E c’è la possibilità che i frammenti, dopo la neutralizzazione, possano creare danni. Cosa che avvenne durante la guerra del Golfo con i Patriot statunitensi.

Per superare l’ombrello difensivo Hamas e le altre fazioni hanno giocato la carta della saturazione degli obiettivi, quindi ondate successive di lanci allungando sempre di più la portata, fino a raggiungere l’area di Tel Aviv. Nell’arsenale hanno armi di produzione locale — un’evoluzione dei rudimentali Kassam della seconda intifada — e dispositivi forniti dall’Iran. Il raggio va dagli 8-12 chilometri fino ai 160-180. Molti sono piazzati in posizioni mimetizzate, difficili da localizzare. E comunque richiedono un supporto logistico relativo, il che permette di continuare la sfida ad oltranza, a patto di avere scorte. Uno scenario simile a quello del conflitto che ha opposto Israele all’Hezbollah libanese.

Sono operazioni militari che costano vite e dove c’è un aspetto politico-propagandistico rilevante. Gerusalemme enfatizza i successi di Iron Dome per dimostrare sicurezza davanti alla minaccia, gli avversari impiegano qualsiasi «vettore» — anche il più semplice — per dire che nulla li ferma. Sono messaggi rivolti all’opinione pubblica interna e al nemico, utili per le prove di forza. Del resto è sempre più frequente in Medio Oriente il ricorso a razzi non proprio sofisticati ma che «servono» per mantenere la pressione. È quello che avviene in Iraq, dove le milizie sciite prendono di mira basi che ospitano gli americani. Una tattica d’attrito impiegata a seconda dei momenti per stuzzicare, rispondere, creare frizioni. Ma che c’è sempre il rischio che possa degenerare.

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