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Così il Secret Service nomina e protegge i presidenti degli Usa

Sono la prima linea che protegge il mondo libero, gli angeli del Comandante in capo, un piccolo esercito con gli occhiali scuri, l'auricolare e la pistola nella fondina sotto la giacca come nei film. Guidano limousine sigillate da 350mila dollari impermeabili a proiettili perforanti e ad attacchi chimici o Cadillac di scorta blindate, dotate di arsenale incorporato, pistole, visori notturni, lacrimogeni e respiratori di emergenza. Allo United States Secret Service è affidata la protezione del presidente degli Stati Uniti e della sua famiglia, ma, a dispetto del nome, sono più Rambo che James Bond, gente che arriva dai Berretti verdi, Seal, Delta, ex poliziotti dell'Fbi, più di tremila agenti speciali, la metà dei quali in uniforme incorporati dal Dipartimento della Sicurezza interna. Sono nati 155 anni fa per braccare i trafficanti di denaro falso, sono diventati lo scudo dell'uomo più potente del mondo, senza smettere di combattere i criminali informatici. Secret service agent era Jerry Parr, che strappò Ronald Reagan alla morte catapultandolo dentro l'auto presidenziale, crivellata dai colpi di John Hinkley, e Clint Hill, che balza invano sulla macchina di John Fitzgerald Kennedy, ferito a morte dai cecchini di Dallas, con Jackye che fugge dall'abitacolo, la Caporetto dei Men in black, una ferita che non ha mai smesso di sanguinare. Gente che parla un vocabolario misterioso sui microfonini criptati all'angolo della bocca di oggi, come sui rumorosi walkie talkie di ieri. E che ha un nome in codice per ogni presidente, che molto, a volte, racconta di lui o del modo di vederlo di chi rischia la propria vita per la sua.

John Kennedy, appunto, era soprannominato Lancer, Lanciere. Per il suo modo giovane e appassionato di andare all'assalto. Un nome profetico per quella che diventerà, dopo la sua morte e grazie a un servizio di Life, la più potente rivista illustrata del tempo, la leggenda della nuova Camelot, il regno dei Kennedy, una corte di eletti del sapere e della politica che ruotava intorno al presidente, come nel castello di Re Artù. Lancer anche come Lancillotto. Jackye invece era Lace, merletto. Elegante, delicata e in sintonia con il castello. Anche a Richard Nixon i suoi angeli appiccicarono un nome che anticipava il futuro: Searchight, faro. Imponente e luminoso ma che divenne l'ironica torcia dopo il Watergate quando, in una notte del giugno del 1972, cinque suoi infiltrati vennero beccati mentre piazzavano microfoni nella sede democratica del Watergate, traditi nel loro traffico notturno proprio dalla torcia con cui illuminavano di luce, come i ladri, il buio dei locali. Toccò al suo successore e vice Gerald Ford cancellare lo scandalo e la vergogna della deposizione di un presidente, concedendo, come fa un sovrano, ma non senza veleni «pieno, libero e assoluto perdono», cioè lo stop a tutte le inchieste. Per questo il suo soprannome divenne Passkey. Passepartout. Che suonava, fino a sfiorare il sarcasmo, come Salvacondotto.

Per Jimmy Carter, il georgiano mite e indeciso che arrivava dalle coltivazioni di arachidi, non fu difficile trovare un nome, facilmente riconoscibile da qualunque controspionaggio nemico: Diacono. Figlio della profonda fede religiosa e della sua lunga militanza nella Chiesa Battista. Ronald Reagan, che lo seppellì contro ogni pronostico, era Rawhide, Frustino di cuoio, il nome anche di una serie tv western molto popolare negli anni Sessanta, con Clint Eastwood protagonista, e di una colonna sonora cantata da Fankye Lane, («Rollin, rollin, rollin, tough the streams are swollen»), rilanciata da John Belushi e Dan Aykroyd in Blues Brothers. Bastava dire il nome Rawhide e in automatico nella testa sentivi partire la canzone. Nancy era Arcobaleno. Tutta un'altra musica.

Per Bush padre, che lo sostituì, non si trovò di meglio che Timber Wolf, lupo americano, di solito di colore grigio bruno con sfumature di rosso. Motivo: il ranch dei Bush era una specie di canile popolato di decine di razze diverse. George Senior, per i Seceret Agents, era un po' il capobranco. americano. Bush figlio, da presidente in carica, è Apripista, che ha la sua nobiltà, ma quando era il padre a occupare il suo posto, George junior era soprannominato Tumbler, che sarebbe più o meno il bicchierino che si usa per i liquori. A sottolineare la predilezione del pargolo per feste e party. Il fido Dick Cheeney era il Pescatore. Non solo per la sua passione ma anche per l'abilità nel muoversi nel mare infestato di squali della politica americana e nelle acque torbide dei giochi di potere.

A Bill Clinton toccò il maestoso Eagle, non per rimandarlo al simbolo solenne degli Stati Uniti ma più banalmente a quello dei boy scout di cui aveva fatto parte per anni. Hillary era Evergreen, non si può dire mancasse di lungimiranza, Chelsea Energy e Al Gore Cavalletta. Alla figlia Karenna chiesero di di scegliersi il soprannome purché iniziasse per «S», perché per regolamento i nomi di tutta la famiglia presidenziale e vicepresidenziale devono iniziare con una stessa lettera. Scelse Smurfette, puffetta, e lo sfottò la perseguitò per tutta la vita. Anche Obama scelse il suo: pescò Rinnegato e gli piacque. Come per Reagan gli ricordava una serie tv anni Ottanta. Michelle, più modestamente, preferì Rinascimento.

Trump invece ancora per pochi giorni sarà Mogul, Magnate. Inutile spiegare perché. Lui, forse in uno slancio di autoironia, aveva proposto per se Hubble, Umile. Ma cominciava con la «acca» quindi niente. Melania è Muse, Musa, Ivanka Meraviglia. Pence, grigio anche a parole, è Hoosier, nativo dello Stato dell'Indiana. Più banale di così è impossibile. E Biden? Ha già scelto il nome e non è Sleepy Joe: Celtic. Celtico. Omaggio alle origini irlandesi della sua famiglia, così come Capri, il codename della moglie, rende omaggio alla sua italianità genealogica. Kamala Harris, per nulla scaramantica, è Pioneer, Pioniera. Diventasse la prima donna presidente degli Stati Uniti lo sarebbe di sicuro, sarebbe un'altra profezia. E, come si sa, i Men in Black hanno l'occhio lungo.

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