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Crisi di governo, Conte non contempla (per ora) le dimissioni: è una strettoia, ma posso uscirne

Il centralino di Palazzo Chigi continua ad essere intasato, chiamate in entrata e in uscita, alcune del presidente del Consiglio, altre dei suoi collaboratori. Dall’altra parte quasi esclusivamente senatori, una quindicina di persone che sono ancora in bilico, che oppongono un gentile rifiuto, che promettono di pensarci, che tentennano. Il termometro delle trattative, una ricerca spasmodica e quasi forsennata, in un sabato interlocutorio tende ancora sul negativo. Appena 48 ore fa c’era più ottimismo, invece la costruzione di una nuova forza omogenea in Senato continua ad essere un miraggio. Così come appare un miraggio la possibilità che Giuseppe Conte si dimetta prima di mercoledì o giovedì, quando ci saranno le comunicazioni con votazione del ministro Bonafede sul bilancio della giustizia. «Non ne ho alcuna intenzione» continua a rispondere a chi gli suggerisce che la mossa potrebbe rafforzare invece che indebolire la formazione di un suo terzo governo.

Per il premier resta vero il contrario, almeno per il momento. Magari cambierà idea fra due giorni, se la ricerca non avrà prodotto i suoi frutti. Del resto presentarsi in Senato per la seconda volta in due settimane con il rischio di non ottenere nemmeno una maggioranza relativa e andare addirittura sotto sarebbe chiaramente ancora peggio, se non catastrofico.

Almeno per il colpo che ne riceverebbe proprio sua la figura e il consenso di cui gode. Ai suoi alleati dice di esserne «consapevole», pur continuando la ricerca di un gruppo di responsabili spaventati sia da una crisi al buio che dalla concreta possibilità che si vada a votare.

Una quota del Pd non è d’accordo con questa strategia di Conte, non fa mistero che il rischio è quello di un «muoia Sansone con tutti i filistei»; c’è chi gli continua a suggerire di riaprire alle richieste di Italia Viva, chi gli chiede di formalizzare una crisi prima di una possibile caduta dirompente in Parlamento, ma finora Conte è convinto di poter uscire dall’angolo: «un cul de sac che posso ancora evitare».

Sul tavolo del capo del governo è già pronto il decreto che allargherebbe i posti nell’esecutivo, permettendo di creare e spacchettare ministeri e posti da sottosegretario sino ad arrivare ad almeno sei nuove caselle. Basteranno come sirena per gli ormai fantomatici senatori responsabili? Basteranno proprio su un tema come la giustizia, che per i Cinque stelle non è sinonimo di garantismo al contrario delle tesi diffuse fra i senatori di Forza Italia come del partito di Matteo Renzi?

Quando ieri Andrea Orlando, che pure non è mai stato tenero con Conte, «non sono mai stato un suo fan», ha smontato in modo articolato i tentativi di una fetta del suo stesso partito di convincere Conte a riaprire a Matteo Renzi, a Palazzo Chigi hanno quasi esultato. «Un ragionamento perfetto» per Giuseppe Conte, soprattutto nella parte che Orlando ha dedicato proprio alla centralità e insostituibilità del capo del governo, perché ago della bilancia di un governo che «si tiene come gli spilli», e che dunque non reggerebbe probabilmente ad un’altra figura in campo, e perché comunque «l’esecutivo non ha governato male».

Ma c’è anche un non detto nelle parole di Orlando, che insieme al resto del Pd concorda che le elezioni sarebbero una «sciagura, ma forse necessaria». Quello che ancora in tanti non hanno il coraggio di dire apertamente è la soluzione estrema per evitare le elezioni: sostituire Conte.

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