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Cristina Tajani: «Dopo dieci anni non mi ricandido. Milano impari ad essere generosa»

Cristina Tajani. Dieci anni a Palazzo Marino. Prima assessora al Lavoro, sviluppo economico con Pisapia, poi assessora al Lavoro, alle attività produttive e al commercio con Beppe Sala. Ha scritto un libro: «Città prossime».

Tajani, la domanda è d’obbligo: si ricandida o no?
«Dieci anni sono un ciclo molto lungo e quindi la mia valutazione va nella direzione di contribuire al futuro e al benessere della città in altri modi. La decisione è quella di non candidarmi».

Perché allora ha scritto un libro? Di solito i politici pubblicano un libro sotto elezioni per farsi pubblicità quando si candidano.
«Il libro non è tanto una riflessione sulle cose fatte quanto voler ridare slancio a delle politiche pubbliche messe in capo in questi 10 anni di centrosinistra. Ci sono azioni che vanno rafforzate e filoni su cui intervenire. Mi è sembrato utile consegnare queste riflessioni al dibattito della prossima campagna elettorale».

Quali azioni meritano un rafforzamento?
«La prima è quella messa in campo nella prima fase di governo, soprattutto grazie alla spinta dell’entusiasmo arancione per la vittoria di Pisapia: rendere protagonista chi protagonista non nasce».

Un bel titolo, ma nello specifico?
«Tutte quelle azioni di innovazione sociale che hanno consentito la rigenerazione di spazi fisici della città e la costruzione di nuove comunità animate da persone non appartenenti alle vecchie élite. Protagonisti nuovi, dotati dal punto di vista culturale e relazionale e spesso o quasi sempre non dotati di rendita. Sono politiche che vanno spinte ancora di più perché se Milano ha vissuto una stagione positiva è anche perché ha dato spazio ai nuovi e non soltanto ai vecchi gruppi sociali già consolidati, a chi vive di rendita e di patrimoni».

La seconda?
«Riconciliarsi con i luoghi che non contano. Ovvero rafforzare tutte quelle relazioni e quegli interventi che mettono in comunicazione la città vincente, scintillante con i territori intorno. Il rapporto tra superstar city e aree urbane è un tema eminentemente politico. Non a caso il divario tra il voto delle città e il voto delle aree interne esiste e ne abbiamo una dimostrazione nella nostra regione. Sta anche a chi governa la città far sì che quella logica secondo cui winner takes all venga superata perché non è produttiva per la stessa città».

Milano è stata un campione di egoismo?
«No, ma credo che abbia tematizzato poco che gran parte della ricchezza della città viene dai territori intorno sia in termini di materie prime che di flusso di merci. Tutti i beni di cui godiamo vengono da fuori, anche le intelligenze. Forse anch’io venendo dalla Puglia ho dato qualcosa a Milano ma ho tolto alla mia regione».

Una tesi vicina a quella dell’ex ministro Provenzano su Milano che prende tutto e non restituisce nulla?
«Credo che quella riflessione che ha provocato tanto fastidio vada declinata in maniera diversa, meno tranchant e debba essere volta in positivo. Credo sia utile anche alla nostra città porsi al servizio di un territorio più vasto. Utile non solo in termini di ricchezza ma anche politici per ridurre quel divario che esiste nei comportamenti di voto».

Da assessore ha dovuto affrontare lo smart working di 14mila dipendenti. Come è andata?
«Siamo stati tra i migliori in Italia. Non solo per la velocità nel cambiare i modelli organizzativi ma anche per la qualità del lavoro svolto. Il tema provoca grandi contrapposizioni. Noi abbiamo optato per un’interpretazione del lavoro di prossimità che mette a disposizione sedi periferiche del Comune per lavorare vicino casa, o la possibilità di utilizzare gli spazi vuoti delle grandi aziende. Buone politiche pubbliche e buona contrattazione collettiva possono portare migliorare tutte e due le modalità di lavoro. Non è tutto nero o tutto bianco».

È stato difficile arrivare a questa mediazione?
«Nella fase di uscita dal primo lockdown c’era molto spaesamento. Ora il modello ibrido si sta affermando».

Che cosa farà ora Tajani?
«Da qualche settimana ho accettato di diventare consigliera del ministro del Lavoro per poter intervenire su un tema centrale per la ripresa della città, ma che non trova leve sufficienti nelle competenze del Comune, ossia quello del lavoro».

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