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Cura Italia, il rebus del curatore fallimentare che non può avviare licenziamenti: “Lavoratori senza stipendio né disoccupazione”

Il decreto del governo prevede la sospensione per 60 giorni dei licenziamenti collettivi per qualsiasi causa. Vale anche per le aziende fallite. Ma così i dipendenti restano nel limbo, senza poter chiedere la Naspi. Il commercialista trevigiano Giovanni Francescon: "Serve un emendamento"

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Non possono essere licenziati, perché il decreto “Cura Italia” ha sospeso i licenziamenti per 60 giorni, così da gettare un salvagente ai dipendenti di aziende in crisi causa Coronavirus. Ma in questo modo non possono nemmeno godere dell’assegno di disoccupazione destinato a coloro che hanno perso il posto di lavoro. Però, essendo dipendenti di un’azienda dichiarata fallita a fine febbraio, non hanno nemmeno lo stipendio, visto che l’attività è cessata e la procedura è nelle mani della curatela fallimentare. Può sembrare paradossale, ma è questa la situazione che si è creata in un’azienda con una ventina di lavoratori di Crocetta del Montello, in provincia di Treviso. I dipendenti non hanno lavoro, né stipendio, né assegno di disoccupazione, perché la procedura si è arenata di fronte al blocco dell’articolo 46 del decreto legge 17 marzo 2020, n.18, varato per il sostegno economico a famiglie, lavoratori e imprese a seguito dell’emergenza COVID-19.

A sollevare il problema è il commercialista trevigiano Giovanni Francescon, curatore del fallimento. Ha scritto una mail alla presidenza del consiglio e al Ministero del Lavoro, chiedendo lumi e adombrando quindi la necessità di un emendamento per risolvere una situazione kafkiana, in qualche modo assimilabile a quella degli “esodati”. A ilfattoquotidiano.it spiega: “Il recentissimo ‘Cura Italia’ prevede (nonostante il titolo fuorviante) la sospensione per 60 giorni dei licenziamenti collettivi per qualsiasi causa (ed individuali per giusta causa). Nel caso che mi occupa sarebbe necessario attivare un licenziamento collettivo. Ma non posso farlo fino allo scadere dei due mesi”.

Ecco il paradosso: “Senza lettera di licenziamento i dipendenti non possono accedere alla Naspi, la Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego, di cui hanno bisogno. Io non posso firmare la lettera per la durata di vigenza del decreto, che può sempre essere prorogato. E non posso nemmeno ri-assumere i dipendenti, nemmeno quelli a tempo indeterminato, visto che l’azienda è completamente inattiva”. Il professionista sull’argomento avrebbe le idee chiare. “Sono dell’avviso che detta nuova norma non debba trovare applicazione nel caso di specie. La stessa è, infatti, mirata ad agevolare i dipendenti impedendo loro di perdere in questo periodo il posto di lavoro mantenendo uno stipendio, ma ciò funziona solo in una situazione ‘normale’, mentre in una situazione in cui il curatore tra 60 giorni potrebbe licenziare retroattivamente tutti, ovviamente la sospensione danneggia i dipendenti”. Però si trova anche di fronte alla lettera della legge: “La norma è chiara – il licenziamento ‘è precluso’ – e non fa eccezioni”.

Non gli è rimasto che scrivere alla presidenza del consiglio. Anche perché il curatore ha contattato gli esperti di una piattaforma specializzata di consulenza per problematiche fallimentari e si è sentito rispondere: “Non sappiamo sinceramente cosa dirle. La recente disposizione normativa sembra tassativa e non fare eccezioni, sebbene lo spirito della legge sia ben altro e principalmente quello di tutelare i dipendenti dall’emergenza dettata dal covid-19”. Ma chi se la sente di dar corso a un licenziamento collettivo che potrebbe essere impugnato davanti a un giudice, il quale potrebbe ritenerlo illegittimo? Nel frattempo le famiglie dei lavoratori restano senza assegno di una disoccupazione che è nei fatti, ma non può essere dichiarata.

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