La pubblicazione delle vignette di Charlie Hebdo ha provocato un’ondata di reazioni da parte di leader politici e religiosi di Paesi a maggioranza musulmana. Erdogan ha accusato l’Europa di aver avviato una campagna di “linciaggio dei musulmani simile a quella contro gli ebrei prima della Shoah”. Il primo ministro del Pakistan Imran Khan ha denunciato “l’islamofobia” francese, il generale egiziano al Sisi ha dichiarato che “non c’è libertà se si offendono i sentimenti di oltre 1,5 miliardi di persone”. L’Iran e l’Arabia Saudita si sono unite alla condanna. 

Il tema della libertà d'espressione e di religione sta animando molte discussioni in Europa, ma come stanno le cose nel mondo musulmano? Qual è lo stato di salute delle libertà personali? Mustafa Aykol è un analista turco che vive a Washington e ad agosto ha curato un rapporto per il Cato Institute che analizza il livello di protezione delle libertà personali, che includono quella d'espressione e religiosa, in 51 Paesi a maggioranza musulmana utilizzando i dati dello Human Freedom Index. "Dovremmo essere particolarmente interessati al mondo musulmano perché ha livelli di libertà estremamente bassi”, scrive Aykol, sottolineando come dal 2008 al 2017 le cose siano peggiorate. 

I paesi più liberi 

Degli 1,9 miliardi di musulmani nel mondo, circa 1,8 miliardi vivono in Paesi in cui i livelli di libertà personali sono al di sotto della media mondiale. Non si tratta ovviamente di un “monolite”, avverte l’analista: ci sono Paesi a maggioranza musulmana dove i progressi sono stati sensibili. Bosnia-Erzegovina, Albania, Burkina Faso e Kirghizistan sono al di sopra della media globale, 5.52 in una scala da 1 a 10. Per altri, come la Siria e lo Yemen, c’è da considerare l’impatto devastante che ha avuto la guerra ancora in corso. Ma in molti casi è l’autoritarismo il fattore determinante, sia esso laico o teocratico. “L’Egitto, la Turchia e il Bahrein sembrano aver sofferto” restrizioni crescenti sotto “regimi politici sempre più autoritari”, si legge nel rapporto. 

La repressione in Egitto 

Dal 2013, quando il generale al Sisi rovesciò con un colpo di Stato Mohammed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani e primo presidente dell’Egitto eletto democraticamente, la situazione dei diritti umani e delle libertà personali si è progressivamente deteriorata. Al Sisi ha portato avanti una campagna di repressione contro l’organizzazione islamica ma anche contro la società civile laica. Freedom House, nel rapporto 2020, scrive: “In Egitto un'opposizione politica significativa è praticamente inesistente, poiché le espressioni di dissenso possono portare a procedimenti penali e incarcerazioni. Le libertà civili, comprese la libertà di stampa e la libertà di riunione, sono strettamente limitate. Le forze di sicurezza commettono impunemente violazioni dei diritti umani”.


 

Autoritarismo crescente in Turchia 

In Turchia, dal fallito colpo di Stato del 2016, più di 80 mila persone sono state arrestate e 150 mila dipendenti pubblici sono stati licenziati. Molti erano sospettati di far parte della rete di Fetullah Gulen, un imam che vive negli Stati Uniti e che il presidente Erdogan considera il responsabile del tentato golpe. Le associazioni per i diritti umani hanno denunciato però arresti arbitrari e spesso senza prove, accusando Erdogan di aver usato il golpe per restringere le libertà personali e silenziare giornalisti e oppositori. “Migliaia di persone sono rimaste in custodia cautelare per periodi dalla durata punitiva, spesso in assenza di prove sostanziali che avessero commesso un qualche reato riconosciuto dal diritto internazionale”, scrive Amnesty International nel rapporto 2019-2020. “I diritti alla libertà d’espressione e riunione pacifica sono stati fortemente limitati e le persone considerate critiche nei confronti dell’attuale governo, in particolare giornalisti, attivisti politici e difensori dei diritti umani, sono state detenute o hanno dovuto affrontare accuse penali inventate”.
 

Quale libertà religiosa?

Se si guarda nello specifico alla libertà religiosa, i Paesi a maggioranza musulmana che hanno un buon livello di protezione sono la Bosnia-Erzegovina, il Senegal, il Mali, il Gambia, il Niger e il Burkina Faso. Quello più repressivo è l’Arabia Saudita, dove la legge basata sul Corano e sulla tradizione profetica “non consente la pratica o la manifestazione di alcuna religione diversa dall'Islam. L'apostasia dall'Islam, o la bestemmia contro di esso, è considerata un crimine capitale”, dice il Cato institute. Secondo la U.S. Commission on International Religious Freedom, oltre all’Arabia Saudita, il Pakistan e l’Iran hanno le legislazioni più severe contro la blasfemia, che può essere punita anche con la pena di morte. In Pakistan, che dal 2008 ha registrato “miglioramenti modesti” nella tutela delle libertà personali secondo l'Istituto, da anni le organizzazioni per i diritti umani denunciano le persecuzioni contro la minoranza musulmana degli ahmadi: 500 mila persone a cui dal 1974 una legge proibisce di definirsi musulmani.