Italy

Dal licenziamento all’elemosina, poi l’irruzione in Duomo: la vita di strada di Mahmoud

La prudenza non è mai troppa, specie se il profilo che si configura è quello di uno sbandato, di un uomo in forte difficoltà esistenziale, ai margini, proprio perché la storia personale degli attentatori è piena di casistiche simili. Eppure, dopo un giorno e mezzo di indagini, ovvero a partire dall’irruzione alle 13 di mercoledì in Duomo, con il sequestro di una guardia giurata durato otto minuti, nelle verifiche coordinate dal pm Alberto Nobili e condotte dalla Digos di Claudio Ciccimarra «null’altro» emerge sull’arrestato Mahmoud Mohamed Zin Elaabdin Elhosary. Questa l’identità dell’egiziano tenuta a lungo «coperta» in relazione alla necessità di ulteriori accertamenti. Che fin qui hanno permesso di scoprire quanto segue.

Già si sapeva della nazionalità di Mahmoud, del suo unico precedente (quattro anni fa, due bottiglie di Champagne razziate nell’aeroporto di Malpensa), della sua piena regolarità sul territorio italiano (un permesso di soggiorno di lunga durata, ottenuto per motivi di ricongiungimento famigliare, ieri però revocato). Adesso, alle coordinate si aggiungono la recente perdita del posto di lavoro (a maggio, era un operaio) e l’assenza di una residenza fissa non avendo lui più i soldi per pagare l’affitto. Si appoggiava via via a parenti, amici, connazionali, non evitando anche di chiedere l’elemosina per strada. Da maggio aveva, con insistenza e frequenza, iniziato a bere troppo, ed erano stati i suoi comportamenti poco lucidi e violenti generati dagli alcolici a fargli progressivamente perdere gli appoggi logistici. Non lo voleva più nessuno. E lui aveva cominciato a vagare e vagabondare. In attesa dell’interrogatorio di convalida, forse oggi, rimangono le sue parole dette in prima battuta agli investigatori, dopo che un gruppo di poliziotti di provata esperienza aveva condotto la trattativa in Duomo e aveva convinto Mahmoud a lasciar cadere l’arma e liberare l’ostaggio, il che comunque non toglie il «ritorno» del problema sicurezza in Duomo, uno dei luoghi più sensibili d’Italia, e infatti anche di questo tema si parlerà nel vertice di domani in Prefettura, nell’ambito del classico summit ferragostano del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese.

Duomo, il film del sequestro
L’attesa

Dunque, in quei discorsi spezzettati e a bassa voce, spesso farneticando, assai confusi, nell’ufficio della Questura, l’egiziano aveva sostenuto d’avere una camera da letto all’interno della cattedrale e d’essere entrato in quanto doveva fare un riposo. Prima di scattare, aprirsi un varco a calci nella rete di recinzione e travolgere una guardia giurata posizionata all’esterno del Duomo, Mahmoud se ne stava seduto sui gradini della stessa cattedrale. Con un atteggiamento sospetto, secondo una coppia di poliziotti di pattuglia, in forza al commissariato Centro, che avevano deciso di approfondire. La reazione del 26enne, si dice, potrebbe esser stata legata alla paura di mostrare i propri documenti, ipotesi poco concreta poiché, ripetiamo, l’uomo ha (aveva) piena titolarità di stare dove stava. Dopodiché, i misteri della mente sono insondabili, e Mahmoud ha deciso di innescare il piano. O forse no, sembra che il sequestro l’abbia elaborato all’improvviso, forse spaventato da un secondo vigilante che non l’aveva mollato. Comunque, sempre un coltello a serramanico con una lama di venti centimetri è «entrato» nella cattedrale, pur ricordando le «tappe» dell’azione di Mahmoud. La ventina di turisti, così come nell’immediatezza dei fatti avevano raccontato al Corriere, non sono stati evacuati (sarebbe dovuto avvenire). Potevano esserci conseguenze peggiori? La guardia giurata ha sbagliato in quanto avrebbe dovuto lasciare il governo dell’operazione ai poliziotti? Non risultano (al momento) link «interessanti» dal punto di vista investigativo nel cellulare del 26enne, e analoghi risultati l’ha data la «mappatura» delle sue frequentazioni.

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