ROMA - "Sarebbe bastato un cenno del presidente della Repubblica per farmi dimettere, non c'era bisogno del voto". Piercamillo Davigo, a Piazzapulita da Corrado Formigli, parla per la prima volta del voto a maggioranza del plenum del Csm che lo ha "rimosso" da palazzo dei Marescialli. Così risponde Davigo alla domanda se nel voto contro di lui di lunedì 19 ci sia stato un input di Sergio Mattarella, che è anche presidente del Csm. 

Più volte ripete: "Sono stato io a chiedere al Comitato di presidenza l'apertura di una pratica sul mio prossimo pensionamento. Se mi fosse stato fatto capire come sarebbe andata a finire mi sarei dimesso, e avrei evitato un voto che ha diviso il Csm". Insiste poco dopo: "Sì, me ne sarei andato subito se mi avessero detto che sarebbe finita così. Ma la battaglia non riguarda me, ma la questione in sé".


E ancora: "Sono rimasto sorpreso, perché al Csm prima si sosteneva la tesi che sostengo io, e cioè che potevo rimanere al Csm da magistrato in pensione, invece la Commissione per la verifica dei titoli ha chiesto un parere all'Avvocatura - e che io sappia non ci sono precedenti dello stesso tipo - che si è rifatta a un parere del Consiglio di Stato". Un parere che ha determinato il voto contrario alla sua permanenza al Csm. Aggiunge: "Questo voto danneggia la mia immagine, perché mi fa sembrare attaccato alle poltrona, cosa che invece non sono mai stato". 
Davigo ribadisce la sua tesi, e cioè "nella legge non c'è scritto nulla "sulla decadenza per via dell'ingresso in pensione", e aggiunge che invece nella legge "le cause di decadenza e di inammissibilità sono tassative". Per questo ha deciso di presentare il ricorso al Tar che deciderà il prossimo 4 novembre sulla richiesta di sospendere la decisione assunta dal Csm.

Quanto al voto che ha spaccato il Csm - 13 voti contro Davigo e per la sua decadenza, 6 contrari e 5 astensioni - Davigo sottolinea che "una parte degli astenuti era contro decadenza" (e cioè i tre esponenti di Area, Giuseppe Cascini, Ciccio Zaccaro, Mario Suriano che pubblicamente si erano espressi in questa direzione, ndr.).Aggiunge di essere rimasto sorpreso per la posizione assunta contro la sua permanenza al Csm dai vertici della Cassazione, il presidente Pietro Curzio e il procuratore generale Giovanni Salvi, perché "era inaspettato che votassero contro la decadenza, e fino a qualche giorno prima non era così". Quanto al no contro di lui di Nino Di Matteo, invece Davigo ribatte di sentirsi un servitore dello Stato e ritiene che anche gli altri si comportino nello stesso modo.

Chiusura da amarcord. Il giorno dell'ingresso in pensione? "Né amaro né felice, era una data prevista e l'attendevo da quando sono nato".  Come si sente adesso? "Come uno che si è tolto un fardello dalle spalle, 42 anni di servizio sono tanti...".