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Diego Dalla Palma: «Sono un erotomane pentito, con Anna Del Bene un grande amore»

Quelli che Diego Dalla Palma ha compiuto il 24 novembre sono 70 anni votati alla bellezza delle donne. Ha calcolato di averne truccate forse trentamila: attrici, cantanti e donne comuni, «anche 380 in un giorno, ai grandi magazzini, concentrandomi su occhi e bocca e lasciando il resto ai miei collaboratori», ricorda. Nato figlio di pastori, da bambino, le dive che avrebbe contribuito a rendere ancora più belle poteva solo sognarle sfogliando le riviste che, di rado, qualcuno portava su ai pascoli. Dal 1978, il suo nome splende su cofanetti di make up nelle profumerie più eleganti del mondo. Lui ha scritto una decina di libri, ha condotto programmi radio e tv (l’ultimo è Uniche, su RaiPremium). Sempre vestito di nero d’inverno e di bianco d’estate, il New York Times l’ha definito «un profeta» del Made In Italy.

Diego, la bellezza come entra nella sua vita?
«Guardando mia madre a Làmbara, luogo isolato da tutto, sulle Alpi Venete, tra vacche, capre e maiali. Mamma era bella come Amàlia Rodrigues, la cantante di fado, e portava il rossetto anche fra le vacche. Senza, sembrava malata. Con, sembrava un’attrice. La bellezza non è un bel naso, è intraprendenza: è scegliere qualcosa che ci appartiene e ci distingue».

Detta così, sembra facile.
«Aggiungo: la bellezza è luccicanza, è il dolore che ti brilla negli occhi e non ti sconfigge, la prima cosa di cui mi accorgo in un essere umano. È quel malessere che può annientarti, ma non l’ha ancora fatto. Frida Kahlo, Maria Callas, Edith Piaf, tutte le icone sono passate attraverso quel dolore».

Lei la luccicanza ce l’ha?
«Credo di sì. Non sono desideroso di pietà né lagnoso, ma di dolore sono morto tante volte. La morte quasi mi affascina, la conosco, l’ho vista quando sono stato in coma per una meningite fulminante. Avevo sei anni. Di quella nebbiolina lilla, ricordo la sensazione meravigliosa di avere una vita aerea. Questo mi ha reso consapevole della caducità della vita e mi ha permesso di vivere profondamente».

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I primi 70 anni di Diego Dalla Palma

Come diventa lookmaker un figlio di pastori?
«Riempivo la casa di volti di donna con le labbra pittate e l’insegnante di disegno ebbe il pregio di capire quanto fossi tormentato e che vita terribile avrei avuto se non avessi seguito l’istinto artistico».

Tormentato perché?
«Ero un bimbo gracile, effemminato, sensibile, e perciò pesantemente bullizzato. Subivo dai coetanei angherie di ogni sorta. Se non fossi andato via, mi sarei ucciso. Però, chi mi ha fatto male non sa che mi ha scatenato il motore della personalità. Sono andato via per non morire e perché mia madre voleva che facessi tutto quello che lei non aveva potuto fare. Insomma, fui mandato a una scuola d’arte a Venezia con convitto dai preti. È stata la mia salvezza e la mia dannazione, perché lì ho avuto le attenzioni di un prete enorme, di 120 chili, padre Ugo di Gubbio. Ma ho il vantaggio di non ricordare con rancore, non lo odio. Prima di morire, mi chiamò e mi chiese: Dieghino, mi vuoi bene? Gli risposi di sì. Mi dissi: lascialo andare in pace».

Quanti anni aveva quando fu abusato?
«Quasi 15, è andata avanti per due anni. A casa non lo dissi, mamma mi avrebbe dato due ceffoni, per lei, i preti erano solo buoni. Ma io stesso non la vivevo come una violenza, ma quasi come un servizio. Pensavo: sto qua, vado a scuola, qualcosa devo restituire».

Lei crede?
«Credo a Gesù Cristo. E mi colpisce che non abbia lasciato scritti, ma solo esempi».


Anni fa, si è dichiarato pansessuale.
«La predisposizione a sentire un fremito o un sentimento sia per donne sia per uomini è un patrimonio. A dire il vero, l’ho abbandonata dopo un grande amore con una donna, Anna Del Bene. Dopo, ho seguito un istinto che mi portava più verso l’omosessualità e di questa fase ho ricordi meno belli. Nella vita, lo ammetto, ho molto peccato».

Peccato come?
«Ho messo il sesso come primo valore, sbagliando. Sono stato un grande fantasista del sesso. L’ho praticato anche con più persone contemporaneamente, più volte di quanto sia andato a passeggiare nei parchi. E coi tradimenti mordi e fuggi ho rovinato tutte le relazioni sentimentali».

Non ha problemi a raccontarsi.
«Non voglio che la gente mi creda migliore di quello che sono. Sono il più miserabile dei miserabili e il più spirituale degli spirituali. Ho una necessità febbrile sia di carnalità sia di spiritualità. E racconto tutto perché non voglio ricatti».

Qualcuno ha provato a ricattarla?
«Non una volta, almeno dieci. Sono stato un erotomane dai 24 ai 40 anni, ma nessuno può pensare di rovinarmi: sono stato solo con adulti consenzienti».

Ora, non è più erotomane?
«È successo lentamente, dopo la morte dei miei genitori. Ho iniziato a chiedermi a cosa mi ha portato tutto questo sesso e la risposta è: vuoti esistenziali, ricordi stinti. E forse mi ha fatto perdere l’occasione di avere una persona accanto, qualcuno con cui condividere noia, quotidianità, viaggi, il piacere e il dispiacere».

Hai mai confessato la pansessualità a sua madre?
«Durante un viaggio in macchina, a cui ripenso nelle notti insonni come al “viaggio verde” perché eravamo in Valsugana fra i boschi e costeggiavamo il Brenta che pure era verde. Non smisi di parlare finché non confessai tutto. Mi disse: cerca solo di fare in modo che la tua libertà non ti metta in situazioni di debolezza sfruttabili da qualcuno».


Come fu l’arrivo a Milano da Làmbara?
«Nella nebbia di settembre, alla stazione centrale, non sapevo dove andare. Finii al pensionato Belloni, otto in una stanza. Avevo la lettera di una cantante lirica, faccio mille appuntamenti, mi parlano della Sezione Costumi Rai, dove mi respingono tre volte. Non ho soldi, niente, nulla. Trovo una persona che mi ospita e poi mi chiede qualcosa in cambio. Io avevo già dato, perciò accetto. Mi sono prostituito quattro volte. Una, la quarta, indegna e mostruosa: mi sono sottratto. Lui era un regista noto, mi cacciò di casa, mi trovai a dormire alla stazione. Conservo ancora le lettere con le bugie che scrivevo a mia madre: ieri sera, ho cenato con Domenico Modugno; mi ha chiamato Dalida e forse vado a Parigi a disegnarle gli abiti. Ma non mangiavo, non dormivo, ero sfibrato. Arrivava Natale, torno in Rai, la costumista Maud Strudthoff mi dice: non ho niente, torni da sua madre, la vedo provato. Volto le spalle, ho gli occhi umidi. Vado. Lei m’insegue. Mi fa: senta, devo vestire Corrado per tre puntate, ma non ho bisogno di quei soldini, lo faccia lei. Non sa cosa è successo nella mia testa. Ho chiamato mia madre, urlavo come un pazzo. È finita che ho fatto 35 puntate da aiuto costumista e il costumista per dieci anni, ho lavorato con Anna Proclemer, con Silvana Mangano e anche con Dalida e Amália Rodrigues... Poi, ho aperto il mio salone e sono diventato truccatore».

Le farò i nomi di alcune donne con cui ha lavorato. Com’era Dalida?
«Era il mistero. Un mistero quasi funereo. Era la morte. Era quella bellezza».

Monica Vitti?
«Era la modernità. È ancora attuale adesso».

Anna Magnani?
«Era l’impulso, era qualcosa che sono anche io».

Mariangela Melato?
«Mi ha insegnato che è più straordinaria una vita imperfetta che una vita perfetta».

Anna Marchesini?
«Lei era il metodo e la pazienza. Pazienza non ne aveva, ma se la faceva venire con la disciplina. Senza, non avrebbe potuto gestire la malattia finale».

Ornella Vanoni?
«Lei è il carisma».

Perché è iscritto all’Onlus per l’eutanasia Exit?
«Il desiderio più elevato che ho è morire come le aquile di cui mi raccontava mio padre: quando sentono avvicinarsi la fine, si isolano sulle cime più alte e muoiono da sole. Voglio sparire senza creare disagio, impegni e imbarazzi a nessuno. Ho già venduto tutti i miei beni, anche la casa splendida in cui vivo, ai piedi dei Colli Euganei. Ho già chiesto a una persona di spargere le mie ceneri a Làmbara, in un giorno di forte vento».

Il bilancio nel giorno del compleanno quale sarà?
«Che sono un uomo vitale e felice perché vivo tutti i giorni con l’innocenza del bambino che, per la prima volta, viene portato di fronte al mare».

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