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Bellini e i suoi fantasmi: è l’ultimo braccio di ferro

REGGIO EMILIA. «Qual è stata la volta in cui ho avuto più paura nella mia carriera di poliziotto? Quella in cui, assieme ad altri colleghi feci irruzione all’albergo della Mucciatella: mai avrei pensato di trovarmi di fronte accanto al padre di Bellini anche il procuratore di Bologna, Ugo Sisti». Questa frase mi ronza in testa in questi giorni che sono i giorni del processo a Paolo Bellini, l’uomo che – secondo la Procura Generale di Bologna – avrebbe portato alla stazione l’esplosivo per la strage del 2 agosto 1980. E a pronunciare quella frase fu, in una intervista che era un po’ il bilancio della sua carriera l’ispettore Giuseppe Procaccia. Negli anni 80, Procaccia era uno degli investigatori più esperti della Squadra Mobile della questura di Reggio. E all’epoca rimasi stupito da quella risposta. Ma mi mancavano dei pezzi. E mi mancano tuttora, ora che l’ispettore non c’è più, scomparso due anni fa. Questione di tempi: quando Procaccia si stava ritirando, Bellini stava riemergendo dalle nebbie del crimine con il suo fardello di delitti e di misteri. E di fantasmi. Difficile trovare un altro modo per definire tutti gli attori di questa tragedia che hanno ormai lasciato solo lui, il bombarolo Bellini, il bandito Bellini, l’uomo dai mille volti, il killer, l’aviere , il brasiliano. Solo con le sue maschere a farsi largo su un palcoscenico che brulica di fantasmi. «Se Bellini parlasse...». È stato l’auspicio espresso dal presidente dell’associazione delle vittime della strage Paolo Bolognesi. Peccato che chi potrebbe inchiodarlo alle sue responsabilità, oggi non sia tecnicamente reperibile se non con una affollatissima seduta spiritica.

IL TERZO UOMO

Invero, se l’ispettore Procaccia fosse ancora vivo, potrebbe dirci qualcosa su chi fosse il “terzo uomo” che quella mattina del 4 agosto 1980, quando la polizia fece irruzione all’albergo dei Bellini era con Aldo Bellini e con il procuratore di Bologna, Ugo Sisti.

In altre parole potrebbe dirci se effettivamente il terzo uomo presente quella sera d’inizio agosto alla Mucciatella rispondeva al nome dell’avvocato Luigi Corradi, che proprio le indagini di nuovo conio sulla strage di Bologna hanno descritto come parente del senatore del Movimento Sociale Italiano Franco Mariani, classe 1907, nativo di Novellara e grande amico di Aldo Bellini, il padre di Paolo. Referente politico, stella polare, ancora di salvezza: per Aldo Bellini questo parlamentare missino era tutto questo. E la fonte di questo assunto è sempre stato lui, Paolo Bellini: in tutti gli interrogatori resi in questi anni l’ex collaboratore di giustizia se l’è sempre cavata chiamando in causa – in prima istanza – suo padre («Un padre padrone, il capo indiscusso di una famiglia patriarcale» come l’ha definito nell’interrogatorio reso alcuni giorni fa al processo l’ex nuora Maurizia Bonini), e quando nemmeno il padre padrone, fascista fino al midollo, bastava a giustificare le peripezie del figlio Paolo, ecco che – come il deus ex machina delle tragedie greche – spuntava la figura del politico di estrema destra, quello a cui – nelle intenzioni del pater familias Aldo – Paolo Bellini avrebbe dovuto fare da autista. Giusto per un finale “tranquillo” alle scorribande del figlio. 

Intanto, però, sempre stando alla versione dell’ex Primula nera, il senatore Mariani era una delle tante fonti di guai. Ad esempio quando il parlamentare avrebbe chiesto a Aldo di infiltrare suo figlio nei movimenti dell’estrema destra. E non ci vuole un esegeta esperto delle versioni del bandito della Mucciatella per leggere in questi suoi racconti un tentativo di accreditarsi nel ruolo di “burattino” sempre manovrato da qualcuno, privo di qualsiasi parvenza di libero arbitrio. Ma più in generale, in tutte queste tragedie e in questi misteri – fossero pezzi degli Anni di Piombo o della lotta tra Stato e mafia – alla fine il suo nome compariva nei titoli di coda. E quasi mai da comparsa anche se – va detto – Bellini ha accettato tutti i ruoli tranne uno: quello dell’uomo manovrato dai Servizi segreti. «Io con i servizi non c’entro» è il mantra che Bellini ripete ogni volta che viene interrogato. Forte del fatto che nessuno può smentirlo: non suo padre, Aldo morto nel 1988. Non suo fratello Guido, ucciso dal cancro nel 1982. Non l’avvocato Luigi Corradi, non Ugo Sisti e nemmeno Elio Bevilacqua e nemmeno il senatore Franco Mariani. E nemmeno don Ercole Artoni, il prete scomodo dalla vita avventurosa, morto all’inizio di quest’anno. Tutti fantasmi, appunto. Per la verità, la novità di queste udienze è proprio legata al nome dell’ avvocato Corradi indicato come l’uomo che accompagnò Ugo Sisti la sera del 3 agosto 1980 all’incontro con Aldo Bellini alla Mucciatella.

I MOBILI E PASQUINO

Figura estremamente nota in città, l’avvocato Corradi sarà protagonista suo malgrado di un episodio di cronaca nera che, riletto con gli occhi di oggi, restituisce una fotografia dei poteri occulti che agivano in città

Siamo all’inizio degli anni 90 e il mestiere del giornalista, soprattutto nelle piccole città come è Reggio Emilia, è ancora fatto di notizie che arrivano da informatori in carne e ossa quando non dai “giri” per ospedali, caserme e commissariati di polizia. Ed è proprio in questi giri che comincia a circolare una voce che per i giornali e le tivù locali , se confermata, sarebbe stata un autentico scoop. A dire il vero, come spesso accadeva quando ancora il nostro mestiere conservava intatti fascino e dignità, la notizia prendeva forma a poco a poco e prima di diventare pubblicabile aveva bisogno di un mare di conferme, quasi mai facili da trovare. Nel caso specifico, la notizia viene fatta balenare da chi non può permettersi di darla in pasto all’opinione pubblica a meno di non voler consapevolmente mettere a rischio la propria carriera. 

«Eh...», sospirava il vecchio sottufficiale dell’Arma accogliendo ogni giorno i cronisti locali arrivati a verificare se vi fossero delle notizie da pubblicare. «...Io ce l’avrei qualcosa di interessante, ma se ve la racconto, mi sbattono dentro...».

Una litania ripetuta per giorni che suonava quasi come una sfida per vecchi cronisti di nera. La svolta arrivò con una lettera anonima spedita in simultanea a tutti i giornali di Reggio. Questo il testo: «Se un povero cristo ruba una mela, lo sbattono dentro, buttano la chiave e il suo nome finisce su tutti i giornali. Se un grosso personaggio di via San Filippo ruba mobili per centinaia di milioni, nessuno fa nulla. Firmato: Pasquino di turno».

Ci mancava il riferimento alla celeberrima statua “parlante” che a Roma è famosa per la sua particolarità, ovvero quella di raccogliere delazioni scritte, tutte rigorosamente anonime e tutte rigorosamente accusatorie. A cosa si riferiva questa lettera anonima che i giornali si affrettarono – com’era prassi – a portare all’attenzione della Procura? Altro non era che il tentativo di portare alla luce una brillante operazione dei carabinieri, talmente brillante da colpire quella che una volta, con un artificio retorico e un po’ banale, avremmo chiamato la «Reggio bene».

È la sera del 4 novembre 1991 quando i carabinieri fermano un furgone con tre persone a bordo. Bastano le facce dell’equipaggio a convincere i militari che quel furgone può essere pieno di refurtiva. 

Dentro il furgone i carabinieri identificano Giovanni e Antonio Garà, padre e figlio accomunati dall’attività di furto di mobili d’antiquariato. Con loro c’è Francesco Barbieri che con i due calabresi condivide la stessa “passione”. Una passione provata dal carico del furgone: arredi d’antiquariato e soprattutto rubati. Dove li portate? Chiedono i carabinieri. E i tre – che sono del mestiere anche per quanto riguarda il dialogo con l’ordine costituito – decidono di collaborare, dando ai militari nome, cognome e indirizzo del destinatario. A quel punto scatta una operazione degna di un telefilm, con i carabinieri che sequestrano il furgone e si sostituiscono ai tre pregiudicati, indossano le tute da lavoro e portano il carico a destinazione. «I mobili? Metteteli nel cortile» dice una voce di donna al citofono di quella casa di via San Filippo. A quel punto i tre facchini si presentano per coloro che realmente sono: tre carabinieri in servizio, già pronti per l’encomio solenne e soprattutto pronti per una denuncia per ricettazione. 

La notizia c’è tutta: ma nessuno la conferma. Nemmeno il procuratore della Repubblica Elio Bevilacqua, che quando riceve i giornalisti che devono consegnargli la lettera di Pasquino, li accoglie recitando loro il testo a memoria. Uno shock, un altro, l’ennesimo di questa storia che toccava ben più alti di quelli a cui avrebbero dovuto portare i mobili rubati Garà e soci. 

Massone, il procuratore Bevilacqua finirà lui stesso vittima di quella guerra tra poteri non sempre leciti che segnò Reggio sul finire degli anni 80. In precedenza, Bevilacqua fu il primo a indagare su Bellini, ipotizzandone il coinvolgimento nella strage di Bologna. 

Una notizia, quella del coinvolgimento di Bellini nella strage del 2 agosto, che arrivò ai giornali con una rapidità maggiore di quanto non fu per il blitz dei carabinieri a casa dell’avvocato Corradi. Questione di regie (occulte) e di burattinai che decidevano quando insabbiare e quando invece dare le notizie in pasto all’opinione pubblica. 

Anche Bevilacqua, non fosse anch’egli morto, nel 2003, oggi potrebbe dare qualche risposta ai tanti segreti che ancora circondano la storia della strage di Bologna. E invece no, anche l’ex capo della Procura reggiana oggi fa parte di quel manipolo di fantasmi che Bellini si porta dietro in questo finale di partita. 

I SUOI VERI AVVOCATI

E a ben guardare, forse, questo nugolo di fantasmi che non lo lasciano un momento, costituiscono il miglior collegio di difesa possibile per uno che – dopo aver confessato un numero esorbitante di reati e fatti di sangue – nega con forza il suo coinvolgimento in questa strage, che per lui vorrebbe dire anche il coinvolgimento nei rapporti con i servizi segreti. Una etichetta, quella di uomo dei Servizi che Bellini ha rigettato sempre con forza. «Io – racconterà Bellini il 2 novembre 1999 davanti al sostituto procuratore antimafia Maria Vittoria De Simone – nella trappola dei servizi segreti non ci sono mai caduto».

Nemmeno quella volta in cui il padre Aldo voleva farlo incontrare con Ugo Sisti e un’altra persona, ma Bellini si rifiutò, raccontando quell’episodio e tirando in ballo persino suo fratello, Guido.

E proprio la figura di Guido Bellini, che nei racconti dell’ex primula nera appare spesso accanto al padre, risulterà centrale nelle prime indagini sulla strage di Bologna, quelle in cui già nel 1983, Bellini risultava indagato ma uscirà poi prosciolto nel 1992. 

Tuttavia, nelle carte di questa prima inchiesta è un pregiudicato, un altro ladro di mobili come i fratelli Bellini, Gianfranco Maggi, davanti ai magistrati di Bologna a ricordare due incontri che incastrerebbero l’ex primula nera. 

“Con Bellini Guido avevo rapporti di intima amicizia risalente molti anni addietro. Qualche tempo fa, non ricordo la data, ma ricordo con esattezza che era un mese e mezzo prima che Guido morisse incontrai lo stesso alla stazione di Reggio Emilia. Egli mi disse che era da poco uscito di galera, per motivi di salute e cominciammo a parlare del più e del meno. A un certo punto gli chiesi del fratello il cui nome era in quei giorni sui giornali, dal momento che si era scoperto che aveva vissuto in Italia sotto le mentite spoglie di Roberto Da Silva. E sui giornali c'era scritto anche che era coinvolto nella strage di Bologna.

A questo punto, Guido Bellini, ritengo perché ormai vicino alla morte e anche perché sapeva che in tanti anni nessuna parola era mai uscita dalla mia bocca su qualunque episodio di cui io avessi avuto notizia, mi rivelò che il fratello era in effetti implicato in tale fatto.Mio fratello c'entra con la strage di Bologna. Egli insieme con l'Ugoletti ha portato a Bologna dalla Toscana il materiale utilizzato per l'attentato. Con l'autovettura con la quale è stato trasportato il materiale sono andati a prendere Delle Chiaie, Orlando e il Tedesco che si sono recati nella stazione mentre mio fratello e l'Ugoletti (Luciano, un pregiudicato che sarà centrale per spiegare anche il ruolo di don Ercole Artoni, il prete che avrebbe coperto la latitanza di Bellini, ndr) li aspettavano in auto; quindi sono tornati dopo aver deposto in stazione il materiale, sistemato forse in una valigia o in una sacca da ginnastica. Il Bellini Guido non mi disse altro e non mi specificò neanche se il fratello e l'Ugoletti avessero avuto con gli altri tre un appuntamento alla stazione o in un altro posto da dove poi si fossero recati sul luogo dell'attentato. Ora che mi ricordo – si legge sempre nei verbali dell’interrogatorio di Maggi, il 21 aprile 1983 – il Bellini Guido mi disse anche che il fratello e l'Ugoletti avevano accompagnato gli attentatori in una casa sui colli di Bologna». —

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