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Donne vittime di tratta in Trentino: “Spesso costrette a prostituirsi, il Covid ha reso tutto più difficile”. Il progetto di Cif e Punto d’Approdo per sottrarle gli aguzzini

TRENTO. Spesso si parla della tratta di esseri umani come di un fenomeno internazionale, dimenticandosi che, oltre alla dimensione transfrontaliera, ce n’è un’altra: quella locale. La tratta di esseri umani interessa anche il territorio trentino e, a livello locale, c’è un’importante iniziativa, “Progetto Alba”, portata avanti dal Centro Italiano Femminile (Cif) di Trento e dalla cooperativa Punto d’Approdo con il finanziamento della Provincia di Trento e del Dipartimento Pari Opportunità.

“Progetto Alba” è stato presentato giovedì 29 luglio nella caffetteria Barone, nella cornice del Castello del Buonconsiglio, in occasione dell’evento “Diamo un taglio al silenzio”, organizzato per la Giornata internazionale contro la tratta di esseri umani. Due attori professionisti, Anna Manella e Luca Pedron, hanno letto degli stralci del libro “Non è posto per avere sogni”, nel quale sono raccolte le storie di alcune vittime di sfruttamento. Le vittime di tratta che, nella maggior parte dei casi si traduce in sfruttamento sessuale, sono soprattutto donne. Oltre alle nigeriane, ci sono anche donne provenienti da altri Paesi africani e dall’est Europa.

Il Covid-19 ha sicuramente cambiato il mondo dello sfruttamento. “Nell’ultimo periodo ci sono meno persone in strada – racconta Laura Conci, presidente del Cif di Trento -. È molto più difficile, però, capire come funziona il mondo della prostituzione in-door rispetto a quello out-door”. All’inizio della pandemia, molte donne vittime di tratta si sono trovate in difficoltà economica. Il Cif ha fatto da tramite per la consegna di pacchi alimentari a queste persone. “Progetto Alba” è strutturato su più livelli: c’è la fase dell’assistenza di prossimità, l’emersione, l’accoglienza e, infine, la fase residenziale. In quest’ultima, si trovano attualmente cinque donne e un minore.

Il percorso di accoglienza coinvolge persone che hanno già imboccato la strada per uscire dalla tratta e dallo sfruttamento – spiega Conci -. L’assistenza di prossimità consiste invece in una serie di colloqui che facciamo per sostenere tutte quelle donne che non hanno ancora fatto una scelta. È un modo per costruire una relazione con loro. Attualmente stiamo seguendo una decina di donne. Abbiamo poi delle unità di contatto che si occupano di monitorare lo sfruttamento legato alla prostituzione in-door e out-door”.

Si rivolge a donne vittime di tratta, ma non solo, anche il progetto “Intrecci di donne”, finanziato dalla Provincia di Trento e partito a inizio anno. Si è da poco concluso un laboratorio di sartoria che ha visto incontrarsi una volta a settimana, per due mesi, sette donne, straniere e italiane. “L’obiettivo del progetto è sostenere un gruppo di donne ‘fragili’ nell’ingresso nel mondo del lavoro – dice Conci – ma anche facilitare la conciliazione tra vita familiare e lavorativa”. “Intrecci di donne” si concluderà a giugno dell’anno prossimo. Oltre al corso di sartoria, c’è anche un laboratorio per imparare a utilizzare applicazioni d’uso quotidiano come lo Spid o il registro elettronico. I corsi hanno avuto successo e, se possibile, saranno portati avanti. “Abbiamo presentato altri progetti in Provincia, perché ci piacerebbe continuare con altre iniziative di questo tipo”, spiega la presidente del Cif.

Le donne che hanno partecipato al corso hanno avuto la possibilità di portare anche i propri bambini che, durante le tre ore di lezione, erano seguiti dai volontari e dalle volontarie del Cif. “È importante che la donna abbia la possibilità di portare avanti anche la propria dimensione familiare – afferma Conci -. Questo però accade solamente se non sei sola, se hai una rete che ti sostiene. La famiglia è già di per sé una piccola rete, ma non basta: la donna ha bisogno di avere anche altre persone attorno, che la aiutino a crescere i propri figli ma anche a costruirsi una propria vita personale e professionale”. Il Cif di Trento è attivo anche con un progetto per la prevenzione del caporalato in ambito agricolo, “Progetto Farm”. Oltre al Cif sono coinvolti Punto d’Approdo, la regione Lombardia, il Veneto, il Trentino Alto Adige e un gruppo di università: Milano, Bolzano, Trento e Verona.

È stato aperto un drop-in a Rovereto, presso la sede dell’associazione “Insieme”, in via Campagnole. Dal lunedì al mercoledì, quindi, il personale del Cif e di Punto d’Approdo incontra i lavoratori agricoli, ascoltando le loro esigenze e, in caso di eventuali situazioni di sfruttamento, indirizzandoli verso gli enti preposti. “C’è stato un grandissimo afflusso di lavoratori stranieri, tra i quali molti di nazionalità pachistana – spiega Conci -. Non abbiamo rilevato situazioni di sfruttamento drammatiche, però sicuramente ci sono lavoratori che, pur avendo un contratto di otto ore, sono costretti a farne di più. Cerchiamo anche di orientare i lavoratori stranieri nel mondo dei diritti e dei servizi italiani, che spesso conoscono poco”.

Oltre al drop-in di Rovereto, ce n’è un altro “mobile”. “Durante la settimana, alcuni operatori si spostano con il furgone che usiamo per l’unità di contatto di Progetto Alba per parlare con gli ospiti della Residenza Fersina – conclude Conci -. Spiegano loro il senso del progetto e provano a capire se ci sono dei bisogni da raccogliere”.

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