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Due anni persi in chiacchiere e polemiche mentre l'Italia combatteva la pandemia

Due anni esatti. Il viaggio parlamentare del ddl Zan ha impiegato ben due anni, impegnando commissioni parlamentari, aule, capigruppo, e monopolizzando in diversi frangenti il dibattito pubblico, tutto questo nel mezzo di una pandemia che ha sconvolto l'Italia con emergenze molto più gravi. Era appunto il 24 ottobre 2019 quando il parlamentare Pd che dà nome alla legge, Alessandro Zan, annunciava la buona novella: «Questa mattina è ufficialmente iniziato l'iter di approvazione della legge contro l'omotransfobia», una vera urgenza perché «la situazione nel Paese è estremamente critica, con una vera e propria escalation delle violenze e dei crimini d'odio» contro gay e trans.

Ma è ancora da prima che ci aveva provato, già nel maggio 2018 (quindi siamo a più di tre anni), presentando alla Camera un disegno di legge con gli stessi contenuti, sempre a prima firma Zan, «rimasto però totalmente inascoltato e minimamente recepito dalla precedente maggioranza» segnata dall'«oscurantismo della Lega». Con il Conte bis, e quindi l'arrivo al governo del Pd insieme al M5s, la questione dell'omotransfobia è diventata un leit motiv costante, anche con la maggioranza Draghi. Due anni di dibattiti estenuanti, tira e molla, tattiche parlamentari come le piogge di emendamenti per stopparla, vertici di maggioranza, negoziazioni e compromessi dietro le quinte, il tutto accompagnato da sterminate discussioni nei talk show e furbate mediatiche alla Fedez. Non sarà la principale urgenza del paese, ma è stato certo l'argomento che ha catalizzato più polemiche e assorbito tempo in Parlamento e fuori. Con picchi intermittenti, a seconda della convenienza politica di metterlo al centro dell'agenda oppure no.

Ad esempio, dopo aver imperversato per settimane fino a sembrare la nuova bandiera della sinistra e a forzare il calendario parlamentare per portarlo al Senato prima dell'estate, il ddl Zan si è poi inabissato con l'avvicinarsi della campagna elettorale per le amministrative. Un tema troppo scivoloso per la sinistra e per il M5s, meglio nasconderlo sotto il tappeto per un po', rinviando la calendarizzazione a dopo le elezioni. Salvo poi appunto tirarlo fuori a urne chiuse. Una tempistica ben spiegata da Monica Cirinnà, la piddina con i cani facoltosi, grande sponsor della legge: «Ora è il momento di decidere, i risultati delle elezioni amministrative dimostrano che è forte nel Paese la domanda di eguaglianza e giustizia». Ma la manovra è andata male.

Torneranno alla carica? È sicuro, con un'altra legge dallo stesso contenuto e magari lo stesso nome, ormai un brand. Nel frattempo si è buttato al vento molto tempo. Nel dossier della Camera sul ddl sono riportate tutte le date in cui è stato discusso in commissione Giustizia, e poi in aula. Un elenco lunghissimo. Sterminato poi è il numero degli emendamenti proposti dai singoli parlamentari e dai partiti, come sterminata è la mole di articoli e programmi tv dedicati al fondamentale testo di Zan. Per poi finire nel nulla.

Un risultato che secondo il leader della Lega Matteo Salvini va addebitato al Pd: «Letta non ha voluto ascoltare il Papa, le associazioni, le famiglie, le parrocchie. Ha voluto dare una prova di forza. Risultato: mesi e mesi persi».