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Emanuela Fanelli di Una pezza di Lundini: «L’umorismo è universale»

Quando le chiediamo che tipo di calzature indossa al momento della nostra telefonata, Emanuela Fanelli ci pensa un attimo. Poi, con voce ferma, risponde in maniera secca e precisa: «Queste sono le domande di una persona in cura, lo sa?». La domanda, che non tendeva ad appagare nessuna curiosità feticista (per chi lo fosse, la risposta è «stivali e i calzini»), non arriva a caso: In Una pezza di Lundini, il programma ideato da Giovanni Benincasa con protagonista Valerio Lundini che va in onda nella seconda serata di Raidue, Emanuela, attivissima in teatro, cinema e televisione, è diventata virale grazie a un mini-format, A piedi scarzi, che si prende gioco della netta predominanza degli attori romani nel cinema italiano.

Grazie alla complicità di Duilio Giammaria, Alessandro Borghi, Claudia Gerini e Stefano Fresi, Fanelli ribalta lo stereotipo e dà vita a uno sketch ironico, divertente e leggero, ennesima prova di un talento che, da film drammatici come Non essere cattivo a partecipazioni a programmi tv come Gli Stati Generali di Serena Dandini, è finalmente sotto gli occhi di tutti.

Dica la verità, si sta un po’ montando la testa?
«Tantissimo, non rivolgo più la parola a nessuno. Specie alla mia famiglia, ma quella era una cosa che volevo fare da tempo, aspettavo solo un’occasione. Scherzi a parte, nessuno risponderebbe di sì a questa domanda, neanche gli insopportabili che si montano davvero la testa. Sono un po’ frastornata, quello sì. So che sembra una frase da puzzona, ma sono davvero contenta di aver fatto una cosa nuova come A piedi scarzi, anche se oggi è tutto rapido, magari finisce, quindi meglio essere tranquilli».

Gli attori romani che conosce come l’hanno presa?
«Si sono divertiti. La cosa che secondo me ha fatto più ridere sono i pezzi dell’intervista, quell’atteggiamento da “ho fatto questo percorso” che mi fa morire perché, in fin dei conti,  io sono una peracottara. Che poi, a parte tutto, è vero che la maggior parte degli attori del cinema sono di Roma, ma io mica mi lamento: per me potremmo andare avanti benissimo così. Il fatto che lo sketch lo facesse una romana ci stava, se non fossi stata di Roma sarei sembrata antipatica o rosicona».

Ha coinvolto anche Alessandro Borghi che ha recitato con lei in Non essere cattivo, il suo primo film al cinema. Che ricordo ha?
«Facevo la prima smandrappata, ci tengo sempre a dirlo. Quel film ha portato fortuna un po’ a tutti, da Alessandro Borghi a Luca Marinelli, che sono bravissimi. Ci siamo divertiti, soprattutto con Alessandro che è stato molto generoso a partecipare ad A piedi scarzi visto che lui quei ruoli li fa molto spesso al cinema: fosse stato meno autoironico, forse mi avrebbe detto di no».

Lei, invece, quando inizia a recitare? 
«Al liceo, il mitico Marco Tullio Cicerone di Frascati. Lei mi vede così, ma guardi che ho fatto il classico. Mi ricordo ancora l’alfabeto greco».

In un monologo di Una pezza di Lundini, però, diceva che in greco aveva 3.
«Infatti, quando lo ha visto, la mia professoressa di greco mi ha scritto per capire perché lo avessi detto, visto che andavo bene a scuola».

Diceva della recitazione.
«Nel mio liceo il laboratorio di teatro era una cosa che facevano i fighetti e, all’epoca, un po’ per me contava. Il regista che teneva il corso mi chiese di entrare a far parte della sua compagnia, feci molti spettacoli di teatro classico, prima il coro, poi piccole parti. Vedevo gli attori professionisti che recitavano e penso di aver imparato tutto da loro. Forse, però, ora esagero, sembra che sono Eleonora Duse».

Si esibiva anche nei centri sociali, giusto?
«Con Josafat Vagni, Giuseppe Ragone e Livia Ferri continuiamo ancora a mettere insieme monologhi, testi nostri e musica. Prima lo facevamo al centro La Strada in Garbatella, e ora allo Spin Time di San Giovanni, ha presente quale? Quello dove hanno staccato la corrente per la roba dell’elemosiniere del Papa».

Torniamo un attimo indietro: quindi lei ha vissuto a Frascati?
«Sono nata a Roma ma cresciuta a Morena, l’ultimo quartiere prima dei castelli romani. Andavo a scuola a Frascati perché era molto buona».

Tratti in comune con la borgata di A piedi scarzi?
«Uno si immagina sempre i racconti del bronx sulle periferie, “la vita me la so’ imparata dalla strada”, ma la mia era davvero tranquilla, non ho mai assistito a scene tarantiniane di criminalità. Certo, magari un po’ ci rimanevi perché stare in periferia ti faceva sentire lontana dal centro, lì dove c’è la “ciccia”».

Ora dove vive?
«Prima ero al Pigneto, che è un grandissimo cliché perché è il quartiere degli attori. Solo che io stavo nella parte popolare, non nell’area pedonale con i bar pieni di Mac con sceneggiature che cambieranno il cinema italiano. Così, forse, sembra che giudichi i miei colleghi, ma mi viene naturale prendere in giro me stessa e il contesto in cui mi trovo. Nella mia vita ho sempre lavorato, non solo come attrice».

Cos’altro faceva?
«Per dieci anni ho fatto la maestra in una scuola materna a Roma. Prima ho lavorato due anni in un call center, ho fatto la cameriera…».

Le manca fare la maestra?
«Sì, anche se fare l’attrice è sempre stato il lavoro dei miei sogni. Infatti, anche quando vado a registrare Una pezza di Lundini, mi fa sorridere dire che sto andando al lavoro».

Parliamo di materiale biografico all’interno dei suoi monologhi: una app di incontri l’ha mai frequentata?
«No, perché sono un’anziana d’animo, non vedevo l’ora di arrivare all’età giusta per dire di non voler andare a ballare perché ero stanca: è un desiderio che ho sempre sentito. Però si immagina se avessi risposto di sì, tipo “mi trovate su Tinder”?. Usare Vanity Fair per rimediare qualcuno scommetto che lo hanno fatto in pochi».

Confermo. Insisto sui monologhi: so che ci tiene a sottolineare che A piedi scarzi lo ha scritto lei.
«Se Valerio Lundini fa uno sketch, nessuno gli chiede se gliel’ha scritto Emanuela. Per A piedi scarzi molti hanno fatto a lui i complimenti, senza pensare per un attimo al fatto che poteva averlo scritto una donna. Non sono sempre sul piede di guerra su questo argomento, ma la cosa mi ha fatto pensare. Soprattutto per quanto riguarda l’umorismo».

Cioè, che una donna non può far ridere o scrivere qualcosa che faccia ridere?
«Questo stereotipo c’è. In un portale di cinema qualcuno ha scritto la mia biografia, mi ha fatto un sacco di complimenti e poi ha aggiunto che riesco a far ridere anche se non sono “né brutta né goffa”: di certo non c’era bisogno di sottolinearlo, se succede è perché c’è un motivo. Un po’ sono anche le donne che si sono ricondotte da sole a quello schema che ci dice che la donna che fa ridere non è carina. Gli argomenti su cui scherziamo sono pochi e sempre gli stessi: l’uomo che non ti vuole, il difetto estetico. Non mi sento, però, di essere la portavoce di umorismo femminile perché l’umorismo è l’umorismo, è universale. Quando feci un monologo dalla Dandini lessi il commento di una donna che diceva “lei è meravigliosa, complimenti anche a chi le ha scritto il monologo”. Cioè, non potevo essermelo scritta da sola? E pensare che quello era un complimento, e pure scritto da una donna. Mi sembra palese che tutto sia riconducibile al fatto che le donne sono di meno, incluse le autrici dei programmi comici. In Una pezza di Lundini l’unica donna sono io».

Che fare?
«Penso che in questo momento la cosa che posso fare è far vedere cosa fa ridere me. Non sono al livello di tristezza che se mi rivedo mi scompiscio, ma sono abbastanza onesta con me stessa da riconoscerlo. Vorrei continuare a scrivere e a lavorare. Giovanni Benincasa è riuscito a far vedere una parte di me che forse senza di lui non sarebbe uscita mai».

Cosa vuole diventare?
«Mi piacerebbe diventare bravissima, anche se alzo sempre troppo l’asticella. Dall’altra parte mi dico che ci sono state Franca Valeri, Monica Vitti, Anna Marchesini: insomma, una può pure stare tranquilla. Quel livello lì rimane inarrivabile. Io ho fatto una cosa carina, ma si vive sereni anche così. Mi piacerebbe fare un film scritto da me, quello sì. Non apriamo, però, il capitolo sui ruoli femminili nel cinema italiano…».

Apriamolo: che ruolo vorrebbe vedere al cinema?
«Non c’è un ruolo in particolare. Penso ai filmoni del cuore e a tutti quei protagonisti a cui credevi tantissimo e che, grazie a una battuta, ti aprivano un mondo. Tipo in C’eravamo tanto amati, quando Manfredi rincontra la Sandrelli e, quando lei gli dice che ha chiamato suo figlio Luigi, lui le dice “lo hai chiamato come mia madre”. Voleva vedere in ogni gesto di lei un ritorno nei suoi confronti che, però, non c’era, e noi lo capiamo da quella battuta lì. I film non devono essere spiegati, è la cosa che uccide l’umorismo. Cerchiamo di dare fiducia al pubblico che li guarda».

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