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Europa assediata dall'epidemia di Covid-19. Ma con un occhio al voto degli Stati Uniti

Usa 2020

In tutti gli ambienti l’attenzione per il match politico Trump vs Biden, è altissima. La percezione che mai come questa volta (anche, se non soprattutto, a causa della pandemia) il risultato delle elezioni americane sarà davvero “storico”, è universalmente diffusa. Da Bruxelles l'analisi del corrispondente della Rai

di Donato Bendicenti 31 ottobre 2020Ho un ricordo molto nitido della serata, e della prima parte della notte, dell’8 novembre 2016: il momento della verità per Hillary Clinton e Donald Trump, l’ultimo atto di una campagna elettorale durissima, un evento atteso in tutto il mondo come la notizia delle notizie.

Con moltissimi altri colleghi, lavoravamo e seguivamo i primi dati dello spoglio dal Parlamento Europeo: al terzo piano, dove si tengono le sessioni plenarie, erano stati allestiti dei maxischermi. Collegamenti e trasmissioni speciali per le emittenti televisive di tutta Europa si susseguivano ad un ritmo forsennato. I corridoi adiacenti agli studi televisivi erano strapieni di gente: europarlamentari, funzionari, diplomatici lobbysti. Nessuno sapeva cosa fosse il Covid-19, e come avrebbe cambiato le nostre vite.

Quella notte Bruxelles, e anche io, andammo a dormire convinti che Hillary Clinton sarebbe stata la prima donna a diventare Presidente degli Stati Uniti d’America. Non dimenticherò mai il momento in cui, dopo tre ore di sonno, guardai il cellulare. Erano le 5.45 del mattino. E Donald Trump aveva vinto la sfida elettorale più importante del mondo.

Il nuovo momento della verità per il futuro dell’America – e non solo, ovviamente - si avvicina in questa città in un atmosfera completamente diversa. Bruxelles e il Belgio sono in una situazione di confinamento severissimo, che durerà almeno sei settimane. Prima di cominciare a scrivere ho guardato in strada, dalle finestre del mio ufficio. Non c’era nessuno. Ed è sabato.


La città che ospita le istituzioni europee ha cambiato volto, abitudini, modo di lavorare. Ha paura. Ma guarda avanti con coraggio. Sembra una contraddizione, ma non lo è. Le persone non si incontrano più di persona, gli “small talks” che facevano da motore alla circolazione delle informazioni, per il momento, sono solo un ricordo.

Eppure, in tutti gli ambienti, l’attenzione per il match politico del secolo, Trump vs Biden, è altissima. La percezione che mai come questa volta (anche, se non soprattutto, a causa della pandemia) il risultato delle elezioni americane sarà davvero “storico”, universalmente diffusa.

In una situazione geopolitica in movimento assai rapido, con i cosiddetti “nuovi protagonisti” che in realtà nuovi non sono affatto e hanno da tempo consolidato il loro peso sullo scacchiere mondiale, il vettore futuro della relazione tra l’Unione Europea e il suo interlocutore più antico, dall’altra parte dell’oceano, passerà dalle urne, e dai voti postali, degli Stati Uniti d’America.

Anche perché, nonostante le molte tensioni accumulate durante i quattro anni di amministrazione Trump, la relazione tra i due partner tradizionali che insieme definiscono, in buona misura, il concetto di “occidente”, resta profonda. E’ stato un periodo altalenante, e certamente continuerà ad esserlo se l’attuale inquilino della Casa Bianca sarà riconfermato dal popolo americano per un secondo mandato. Ma non è detto che anche con Biden l’idea stessa di questo, articolato, e spesso confliggente rapporto politico e diplomatico, non abbia bisogno, da parte del Vecchio Continente, di un refresh.

“Vogliamo investire in un rilancio del rapporto transatlantico e consideriamo gli Usa un pezzo fondamentale del nostro campo di gioco”, spiega il Presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli.

E da questo approccio non si può prescindere. Ma sul tavolo negoziale ci sono molti dossier pesanti, pesantissimi: l’allergia di Trump per il multilateralismo, l’esasperazione della tradizionale empatia con il Regno Unito durante la complicatissima (e non ancora terminata) stagione di Brexit. La reiterata minaccia di imporre dazi.


Ma il tema non riguarda soltanto una mediazione virtuosa sugli accordi commerciali (peraltro di fondamentale, reciproca importanza). La negazione dell’accordo sull’ambiente raggiunto a Parigi da parte del Presidente degli Stati Uniti come si concilia con il 'Green Deal', pilastro delle politiche della Commissione Von der Leyen e delle sue prospettive riformiste? E ancora il tema del ruolo degli organismi sovranazionali. Le critiche all’Onu e all’Alleanza Atlantica. La differenza di veduta su una questione fondamentale per la politica estera europea, come il Medio Oriente.

Se la politica è l’arte del compromesso, un minuto dopo aver saputo chi è il nuovo Presidente degli Stati Uniti, l’Unione Europea deve ricominciare i fare i conti con agenda molto complicata. Cui si aggiungono le tensioni tra Stati Uniti, Cina, e Russia che imporranno un supplemento di abilità diplomatica.

L’Unione Europea vive forse il momento più drammatico, e decisivo, della sua storia. Una riflessione virtuosa sulla gestione delle relazioni transatlantiche si impone. Anche ammettendo errori, o debolezze passate. Ma per dialogare bisogna essere in due.

Se l’idea di un “Nuovo Piano Marshall”, spesso evocata, che possa risollevare il mondo dall’incubo della pandemia, da una depressione economica e civile sempre più dura, che si aggiunge al dramma sanitario ed ad una tragedia umana incommensurabile, vuole diventare realtà, è del tutto evidente che il ruolo che potranno giocare gli Stati Uniti d’America sarà decisivo. Chiunque siederà nello Studio Ovale.

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