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Europa League, Roma-Cska Sofia 0-0: i giallorossi deludono

ROMA - Bisogna farci l’abitudine: la Roma non è né un romanzo né un libretto di istruzioni, quindi non ha una trama sua né la si può usare per capire meglio come funzioni il calcio. E’ un’eterna via di mezzo, tendente al negativo. Fa quello che può. A volte meno, raramente di più. Ma siamo sempre lì: ossia resta in un limbo in cui non c’è che scarsissima luce. Gioca senza giocare, la Roma si muove senza logica e con ritmi talmente esasperanti, sempre in negativo, che vien da chiedersi come facciano i giocatori a non addormentarsi. Il tutto con una specie di miscuglio di insicurezze e di approssimazioni (per difetto) che finisce per contagiare anche i migliori, che pure ci sono (lo Spinazzola degli ultimi mesi, Pedro, Dzeko, Villar, ogni tanto Mkhitaryan e Perez).

Quando vede il Cska di Sofia, come se avesse troppo confidato nella vittoria del Cluj della settimana scorsa, la Roma scopre che al contrario non si tratta affatto di un’esperienza facile, che non è affatto semplice sfidarlo, per niente semplice. Tanto è vero che la più nitida occasione da gol, nella prima ora di gioco, la crea il Cska (e poi anche la seconda). Forse la Roma pensava, essendo i bulgari reduci da un freschissimo cambio tecnico, dal bulgaro Belchev al suo assistente brasiliano Morales, e avendo in questo momento alla sua guida una specie di trimurti (tre allenatori in pectore, non soltanto Morales), che si potesse vivere una serata tranquilla, in cui imporsi per sfatare il tabù (da quando esistono i gironi nelle coppe europee la Roma non ha mai vinto le prime due partite).

<<La cronaca della gara>>

Purtroppo i mezzi giallorossi sono quelli: pochi. Attacca con pigra volontà, non detta movimenti, qualcuno degli attaccanti si abbassa per dettare ma non c’è mai uno schema riconoscibile, e la fluidità, ammesso che si trovi, si perde in un attimo. L’andazzo è tale che non può mai succedere che uno che cerchi lo spazio venga doppiato da un altro che fa la stessa cosa nella direzione opposta, offrendo due soluzioni. Mai. Fonseca si affida ancora ai suoi legionari più trasandati, che già nel primo tempo con lo Young Boys avevano dato cattiva mostra di sé, perdendo una partita che poi, nel secondo tempo, i titolari avrebbero ribaltato.

Recuperato Smalling, la Roma ha cercato strade che non possono esistere, a certe condizioni di dinamicità. E come sempre, col modello di riferimento prediletto da Fonseca (la difesa a tre e un centrocampo a due o a quattro con troppa poca fantasia e troppa poca qualità), la squadra ha finito per vedere poco la porta, rischiando più degli avversari, che avevano buona sostanza nel reparto offensivo (col veneto-gambiano Sowe, che fino al 2017 ha giocato in Italia e che ad un certo punto del secondo tempo grazia Pau Lopez). Finché è rimasto in campo, soltanto Spinazzola ha saputo, come spesso è capitato nelle ultime occasioni, fare la famosa superiorità numerica, anche perché aveva davanti un difensore troppo più lento di lui (il francese Vion): ma le sue penetrazioni a sinistra finivano sempre con cross bassi in un’area mal sorvegliata dai compagni o male effettuati.

Un po’ meglio con Pedro in campo nel secondo tempo: è parso quasi che con la sua sola presenza, un po’ come accade quando entra Dzeko dalla panchina (stavolta Dzeko è entrato a venti dalla fine per un Borja Mayoral abbastanza enigmatico), l’ex Barça e Chelsea, come Dzeko, riesca a ispirare i compagni, che parzialmente ringalluzziscono (ma sempre con l’efficacia impalpabile tipica della Roma attuale…). I giocatori della Roma offrono sempre meno di quello che teoricamente ti aspetti. Ma forse è un errore. Molti di loro più di questo, esposti a un calcio senza un progetto chiaro, non possono offrire. Uno si aspetta sempre qualcosa in più. E forse è sbagliato pure questo. Il Cska di Sofia è una memoria storica del calcio del Patto di Varsavia degli anni Settanta e Ottanta, un po’ come la Torpedo Mosca, il Dukla Praga, il Partizan Belgrado, il Vasas o il Ferencvaros di Budapest. Ha vinto 31 campionati, per due volte è arrivato in semifinale di Coppa dei Campioni, una delle quali raggiunta dopo aver battuto nei quarti il Liverpool nel 1982 (la prima nel ’67). Poi nel 2014 fallì e dopo il dissesto finanziario precipitò nell’inferno dei dilettanti. Dove la federazione lo ripescò quasi per pietà nel 2016. Non prima però che la sua anima si sdoppiasse e che dallo scisma venisse fuori il Cska Sofia 1948 (la beffa è che in questo momento gli “eretici” sono davanti in classifica nella serie A bulgara).

Nel 1983 la Roma se la trovò davanti agli ottavi di Coppa dei Campioni. Era un signor Cska. Ma la Roma che sarebbe arrivata in finale passò sia a Roma che a Sofia vincendo 1-0 (a Roma segnò Graziani, a Sofia Falcao). Ma sono ricordi. Ora il Cska è una specie di internazionale del pallone. Ci sono giocatori che vengono persino dall’Inghilterra ed è tutto dire (Sinclair che sembrava destinato a ben altra carriera quando apparve al Liverpool). E adesso sta cercando di ritrovare una dignità. Percorso che la Roma, col suo grande cuore giallorosso, ha contribuito ad accelerare. Non una gran partita. Un solo punto, striminzito. E una sola certezza, che va irrobustita senza fretta: Villar. Ma gli altri, con Pedro e Dzeko in panchina, sono veramente pallidi. E anche i due campioni, quando entrano, con l’aggiunta un po’ più sporadica di Pellegrini, non sempre possono fare la differenza. Anzi stavolta Dzeko si divora una rete a porta vuota a quattro dal novantesimo, La Roma? Vale un ottimo 0-0 con il Cska di Sofia. Ecco: c'è il fondato timore che sia questa la verità.

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