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Eurozona, inflazione record: la Bce rassicura, ma i falchi chiedono di ridurre gli stimoli

Il tasso d’inflazione continua a crescere nei Paesi dell’Eurozona. Per la Bce è prematuro aumentare i tassi. Ma i falchi premono per una stretta. De Guindos: “Abbiamo sottovalutato gli sviluppi nel 2021, ma nel 2022 calerà”

Secondo le stime Eurostat, pubblicate martedì 30 novembre, l’inflazione annuale della zona euro dovrebbe balzare al 4,9% a novembre 2021, con un ulteriore aumento rispetto al 4,1% di ottobre. Si tratta di un record mai registrato dall’inizio delle serie statistiche di Eurostat nel 1997. Durante questi 24 anni, il tasso d’inflazione ha superato il 4% solo due volte, la prima nel luglio 2008 e la seconda ad ottobre 2021.

Considerando le principali componenti dell’inflazione nell’area euro, si prevede che l’energia avrà il tasso annuo più elevato in novembre (27,4%, rispetto al 23,7% di ottobre), seguito dai servizi (2,7%, rispetto al 2,1% di ottobre), beni industriali non energetici (2,4%, rispetto al 2,0% di ottobre) e alimentari, alcol e tabacco (2,2%, rispetto con l’1,9% ad ottobre).

In Germania a novembre c’è stato un balzo record del 6,0% su base annua dopo un aumento del 4,6%. In Italia, secondo le stime preliminari dell’Istat, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra un aumento dello 0,7% su base mensile e del 3,8% su base annua (dal +3,0% del mese precedente). L’inflazione di novembre in Italia ha raggiunto un livello che non si registrava da settembre 2008.

La Bce ritiene che l’inflazione abbia raggiunto il picco questo mese, il che significa che sarebbe prematuro aumentare i tassi di interesse visto che la crescita dei prezzi dovrebbe gradualmente rallentare il prossimo anno, ha spiegato il membro del board Isabel Schnabel.

L’inflazione rallenterà e tornerà verso il 2% il prossimo anno, ha detto Schnabel all’emittente Zdf, con l’allentarsi dei colli di bottiglia e della crescita dei prezzi dell’energia. Il picco attuale deriva anche dal fatto che i prezzi sono rimasti bassi lo scorso anno a causa della pandemia.

“La maggior parte delle previsioni in realtà indica che l’inflazione scenderà al di sotto del 2%, quindi non ci sono segnali di una crescita dei prezzi che stia sfuggendo al controllo”, ha ribadito Schnabel. “Se pensassimo che l’inflazione possa fermarsi stabilmente oltre il 2%, reagiremmo senza ombra di dubbio. Tuttavia al momento non ci sono indicazioni in tal senso”, ha aggiunto Schnabel.

Di tutt’altro avviso il falco Boštjan Vasle, presidente della Banca centrale slovena, secondo il quale a partire da gennaio, la banca centrale dovrebbe ridurre gradualmente gli acquisti di titoli di Stato nell’ambito del programma di acquisto di emergenza pandemica (PEPP), senza aumentare gli acquisti di asset nell’ambito degli altri programmi. “La nostra linea di base è che l’inflazione sarà inferiore al 2% alla fine del nostro periodo di previsione”, ha detto a Politico Europe, parlando dell’obiettivo di inflazione a lungo termine della Bce. “Ma la probabilità che rimanga sopra il 2% sta aumentando”.

Vasle concorda con la presidente Lagarde sul fatto che il recente picco dell’inflazione è stato in gran parte guidato da fattori temporanei, ma teme che gli sviluppi futuri che dipendono da una serie di fattori – tra cui l’evoluzione del mercato del lavoro e il modo in cui le aziende fissano i prezzi – possano rendere permanente questo aumento.

Nei giorni scorsi il membro italiano del board Fabio Panetta, durante una conferenza a Parigi, aveva spiegato che non bisogna farsi distrarre “dalla volatilità a breve termine o da fattori transitori legati alla situazione economica atipica che stiamo vedendo”. “Sulla base di prove empiriche, dobbiamo valutare costantemente la forza dell’economia e i rischi bidirezionali creati dagli shock dell’offerta”, aveva detto, aggiungendo che “la forma d’azione più coraggiosa” è la pazienza. Secondo Panetta “una stretta prematura della politica monetaria potrebbe trasformare lo shock dell’offerta in una prolungata recessione, deprimendo quindi la domanda e minando la stabilità dei prezzi nel medio termine”.

I vertici di Francoforte motivano così la volontà di lasciare invariati i tassi di interesse per tutto il 2022, scegliendo una strada opposta a quella intrapresa dalla Fed che ha deciso di dare il via al tapering, ovvero la riduzione del programma di acquisto di bond da 120 miliardi di dollari (circa 106 miliardi di euro). Dai verbali delle ultime riunioni emerge anche che la Fed è pronta ad alzare i tassi d’interesse, se l’inflazione dovesse continuare ad aumentare.

Malgrado la Bce sia fiduciosa che la situazione possa tornare sotto controllo, l’atteggiamento prevalente è la prudenza. “Le prospettive per l’andamento dei prezzi non sono del tutto chiare. Quel che è certo è che i fattori alla base dell’alto tasso di inflazione che stiamo vivendo non dureranno, e dovremmo vederli svanire il prossimo anno”, ha dichiarato il vicepresidente della Luis de Guindos in un’intervista al quotidiano francese Les Echos. “Ciò su cui vorrei innanzitutto attirare l’attenzione – ha aggiunto – è che abbiamo sottovalutato gli sviluppi dell’inflazione nel 2021, perché gli effetti di base legati ai problemi di approvvigionamento e ai costi energetici sono stati più forti di quanto previsto”.

Per questo nel 2022 i colli di bottiglia potrebbero durare più a lungo del previsto. Il rischio che l’inflazione non scenda con la rapidità prevista è reale. Per il numero due di Francoforte nell’attuale incertezza è fondamentale esaminare le aspettative di inflazione, per vedere a quale livello si stabilizzeranno. “Per il momento, sono leggermente al di sotto del nostro obiettivo di inflazione del 2%, il che è ampiamente rassicurante – ha continuato – Ma dobbiamo rimanere vigili per evitare effetti di secondo impatto attraverso i salari. In tal caso, la tendenza al rialzo dell’inflazione potrebbe essere più duratura”.